Vai al contenuto

LA QUESTIONE EBRAICA XIX. Il processo che non c’è

LA QUESTIONE EBRAICA XIX. Il processo che non c’è.

 

Dopo avere trattato delle vicende del Ghetto di Roma, della breccia di Porta Pia e del Concordato, Emanuele Calò, nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, affronta la questione, particolarmente dolorosa e spinosa, della terribile razzia degli ebrei romani del 16 ottobre 1943 e dell’atteggiamento tenuto al proposito dal Vaticano. Un problema, com’è noto, fonte di una polemica senza fine, scaturente dall’accusa, reiteratamente sollevata a carico di papa Pacelli, da parte di diversi ambienti, e non solo di parte ebraica, di non avere agito – almeno, non in modo adeguato – per impedire – o, almeno, cercare di farlo – la deportazione e il seguente eccidio.

I numeri di quello che è stato definito “il sabato nero” sono ben noti (al di là di alcune piccole discrepanze riguardo a coloro che furono catturati e poi liberati: non però relativamente alle vittime): furono imprigionati 1259 ebrei, dei quali, dopo che alcuni furono rilasciati, 1023 furono poi deportati ad Auschwitz, dove tutti – ad eccezione di sole sedici persone, quindici uomini e una donna – trovarono la morte. (Numeri spaventosi, e tuttavia, mi sia concesso di notare, inferiori a quelli di un altro “sabato nero”, che sarebbe venuto, di nuovo ad ottobre, esattamente ottant’anni meno nove giorni dopo, in circostanze certo diverse, ma non del tutto).

È ben noto che il problema del giudizio sull’operato del pontefice – e quelli che sono stati definiti i suoi “silenzi” – va ben al di là di una mera valutazione di ordine storiografico – rimessa, in quanto tale, al libero giudizio degli storici e dell’opinione pubblica -, dal momento che incide su due questioni che dovrebbero essere indipendenti, ma che appaiono invece direttamente connesse: da una parte, il processo in corso di canonizzazione di Pio XII; dall’altra, il cd. dialogo ebraico-cristiano, sul quale questo discordante giudizio, così come il corso e l’esito di questo giudizio, evidentemente, pesano.

Calò, al riguardo, riporta e commenta dei documenti di grande interesse, alcuni dei quali resi disponibili dopo l’apertura degli Archivi della Santa Sede disposta, per il marzo 2020, da papa Francesco. Significativa, per esempio, una nota inviata dalla Segreteria di Stato del Vaticano all’Ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Ernst von Weizsäcker, con la quale si protestava contro la falsa diceria, fatta circolare dai militari tedeschi, secondo cui il pontefice sarebbe stato favorevole alla deportazione.

Il Segretario di stato Maglione avrebbe anche convocato l’Ambasciatore per chiedergli di risparmiare la vita di persone innocenti. L’Ambasciatore avrebbe chiesto delucidazioni su quale sarebbe stata la reazione della Santa Sede nel caso le operazioni fossero state portate a compimento, e la risposta sarebbe stata che il Vaticano avrebbe preferito non essere costretto a esprimere pubblicamente il proprio disappunto. A una domanda dell’Ambasciatore riguardo alla possibilità di lasciare il colloquio riservato, la risposta sarebbe stata evasiva: “Mi rimetto… al suo giudizio. Se crede più opportuno di non far menzione di questa nostra conversazione, così sia”.

D’altronde, anche da parte di alti prelati romani evidentemente simpatizzanti del nazismo (come il Rettore del Collegio teutonico di Santa Maria dell’Anima, Alois Haudal), sarebbero partite sollecitazioni a interrompere gli arresti degli ebrei romani, non per motivi di giustizia, etici o umanitari, ma per evitare un pubblico pronunciamento di condanna del papa, che sarebbe stato usato come arma da parte della propaganda antitedesca. Inoltre, negli stessi ambienti militari sarebbe serpeggiato del malumore per l’arresto degli ebrei, e sarebbe stato notato, al riguardo, un “assenteismo dell’autorità ecclesiastica”.

Indubbiamente, i documenti offerti da Calò sono di grande interesse, e potranno essere utilizzati dai numerosi studiosi e ricercatori che investigano su tali drammatiche vicende. Ed è un merito dell’autore che va riconosciuto quello di riferire le notizie – talvolta discordanti o controverse – in modo distaccato e obiettivo, senza ergersi ad accusatore o a difensore del pontefice e dei suoi collaboratori. Non partecipa a nessun “processo” a carico di Pio XII. E fa bene, perché questo processo non c’è. Ci possono essere solo dei giudizi.

Per quel che poco che vale la mia opinione, ho già avuto modo, in diverse occasioni, di esternarla, e non vorrei ripetermi. Mi limiterò perciò a puntualizzare quelle che, a mio avviso, sono due considerazioni preliminari, sulla base delle quali potrebbe o dovrebbe essere costruito, per chi desideri farlo, un giudizio sull’operato della Santa Sede in quelle tragiche ore:

  • il significato teologico e religioso del processo di canonizzazione di Pio XII;
  • il senso della ricerca della presunta “verità storica” sul comportamento del pontefice.

Cercherò di farlo nelle due prossime puntate.

 

Francesco Lucrezi, storico

(continua)