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LA QUESTIONE EBRAICA XVII. Roma eterna

LA QUESTONE EBRAICA XVII. Roma eterna

Nell’ultima puntata del mio commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, a proposito della breccia di Porta Pia, l’unità d’Italia e la fine del potere temporale dello stato pontificio, sollevai tre domande di fondo. La prima, formulata dallo stesso autore, è: come sarebbe stata la condizione degli ebrei romani senza quell’evento? Le altre due, pensate da me, sono: come sarebbe stata la storia d’Italia? E come sarebbe stato il destino della Chiesa?

Le risposte a queste tre domande sono molto diverse, innanzitutto perché quella alla prima domanda è apparentemente semplice, mentre quelle alle altre due devono essere inevitabilmente articolate.

Quanto alla prima risposta, è evidente che la sorte degli ebrei romani sarebbe stata infinitamente peggiore: continuando a essere rinchiusi nel loro angusto e misero Ghetto, vilipesi, emarginati e disprezzati, non avrebbero mai conosciuto, per chi sa quanto tempo, nessun diritto e nessuna dignità. Ci si potrebbe chiedere, certo, se avrebbero ugualmente subito vicende atroci, come la razzia del 16 ottobre 1943, ma è una domanda talmente ipotetica a cui è impossibile rispondere.

Quanto alla storia d’Italia, è evidente che il nostro Paese avrebbe anche potuto continuare a esistere e a svilupparsi, ma in una condizione di innaturale privazione della sua unica, innegabile capitale storica. Parlare dell’ineluttabilità di Roma capitale può essere un argomento un po’ scivoloso, perché rischia di fare cadere nella retorica della grandezza del glorioso impero, della sua ineluttabile missione civilizzatrice, del “parcere subiectis” e “debellare superbos”, dei “colli fatali”, della vittoria che deve “deporre la chioma” ecc. ecc. Tutte cose, si spera, alquanto sorpassate, e già da parecchio tempo. Chi non lo aveva capito, circa un secolo fa, non ha avuto molta fortuna.

Ma l’idea di romanità va ben al di là di questo. Si tratta di un’idea che si è inscindibilmente legata a valori quali “diritto”, “giustizia”, “autorità”, “cittadinanza”, che, maturati, in un processo secolare, all’interno della civiltà romana, avrebbero permeato di sé tante nazioni del mondo, in forza di un processo di espansione, irradiazione e contaminazione che dura tuttora.

Non è esatto dire che la città fondata sulle sponde del Tevere sarebbe poi diventata la capitale dell’impero, in quanto l’intero impero era Roma, che divenne un’Urbs-orbis, una “città mondo”. Con la translatio imperii, il suo spostamento verso Oriente (scelta che Dante deplora, nel sesto canto del Paradiso: volgendo l’aquila “contra il corso del ciel”, ossia da Occidente a Oriente, Costantino avrebbe sovvertito non solo la legge di natura, ma anche la volontà di Dio, che volle che Enea approdasse da Oriente in Occidente), la romanità va ad assumere nuove forme, quelle della Seconda Roma, Costantinopoli, e poi della Terza, San Pietroburgo-Mosca. E il diritto romano raggiungerà poi i Paesi più lontani, dall’Argentina al Sudafrica, dalla Luisiana al Brasile, alla Cina e a tanti altri, ove tuttora vive e cresce.

Nelle Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar fa pronunciare all’imperatore, stanco e deluso, già presago del declino di Roma, le seguenti parole: “Cabria si preoccupa di vedere un giorno il pastoforo di Mitra o il vescovo di Cristo prendere dimora a Roma e rimpiazzarvi il Pontefice Massimo. Se per disgrazia questo giorno venisse, il mio successore lungo i crinali vaticani avrà cessato d’essere il capo di una cerchia di affiliati o d’una banda di settari per divenire a sua volta una delle espressioni universali dell’autorità. Erediterà i nostri palazzi, i nostri archivi; differirà da noi meno di quel che si potrebbe credere. Accetto con calma le vicissitudini di Roma eterna”.

Ma la storia della romanità va ben al di là di quella della città di Roma. È nella nostra penisola, però, che essa ha avuto la sua prima matrice (ricordiamo che una prima “Storia d’Italia” sarebbe stata già scritta, in età etrusca, secondo Plutarco, da un tale Promazione), è qui che sono nate quella iuris prudentia e quella interpretatio iuris che nessun altro popolo antico ha mai conosciuto. Creare un’Italia senza Roma avrebbe significato amputare la nascente nazione della sua prima sorgente identitaria, della sua principale fonte di legittimità storica, come ben spiegarono Mazzini e Moshe Hess (il quale, nel suo fondamentale libro del 1862, ancora attualissimo, Roma e Gerusalemme, indicò – ben prima di Theodor Herzl – nelle due città gli unici possibili catalizzatori della riunione dei due popoli, quello italiano e quello ebraico).

L’Italia, come terra della res publica, era ed è “naturalmente” romana, e Roma non poteva e non può non essere italiana.

 

Francesco Lucrezi, storico

(continua)