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LA QUESTIONE EBRAICA XVI. 20 settembre 1870

LA QUESTIONE EBRAICA XVI. 20 settembre 1870

Il 20 settembre del 1970, com’è noto, è la data di fine dello stato pontificio e del potere temporale della Chiesa. I bersaglieri del regno d’Italia fanno irruzione nella breccia di Porta Pia, avendo facilmente +ragione delle truppe papaline, guidate dal comandante tedesco Herman Kanzler. Alla guida dei bersaglieri, com’è noto, il generale Raffaele Cadorna scelse il comandante di batteria ebreo Giacomo Segre. Emanuele Calò, nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, si interroga sulle ragioni di questa scelta, che potrebbero dipendere o dal fatto che l’appartenenza religiosa del comandante lo avrebbe posto al riparo dalla scomunica papale, oppure (ipotesi che l’autore giudica più verosimile) dalla sua riconosciuta perizia militare, che sarebbe poi stata ereditata da suo figlio, il Generale Roberto Segre, eroe della Grande Guerra. Sul terreno, restarono 60 caduti, 40 da parte italiana e 20 pontifici.

La data è ricordata giustamente sui libri di storia come compimento del processo risorgimentale di unificazione d’Italia, dal momento che il Paese acquisiva quella che era l’unica sua vera capitale storica, e gli abitanti dello stato pontificio tornavano a essere quello che erano, o avrebbero dovuto sempre essere, ossia italiani.

Certamente le condizioni di vita generale di quelli che erano stati i territori pontifici migliorarono rapidamente, sul piano dell’igiene, dell’amministrazione, dei servizi, della cultura, del progresso. Non è dato di conoscere, a nessun livello, una sola nota di rimpianto per la fine di quel vecchio e sgangherato relitto storico che era lo stato pontificio. Ma indubbiamente coloro che dovettero percepite in modo più direttamente tangibile il cambiamento furono gli ebrei di Roma, che si trovavano ancora rinchiusi nelle mura di quel Ghetto dove erano stati segregati 315 anni prima, e al cui interno le condizioni di vita non erano minimamente cambiate.

Calò ricorda che tutti gli innumerevoli provvedimenti di interdizione a carico degli ebrei (esclusione da collegi, licei ed accademie, impossibilità di testimoniare nei processi contro i cristiani, esclusione dai diritti civili, preclusione dalla titolarità di beni immobili ecc.), nonché le varie vessazioni (sottoposizione alla giurisdizione dell’Inquisizione, obbligo di pagare balzelli a beneficio di istituzioni ecclesiastiche ecc.) erano rimasti in vigore, senza la benché minima attenuazione.

Alla vigilia della prevista irruzione delle truppe regie, la Comunità ebraica aveva chiesto udienza al pontefice, che non fu accordata, e scrisse perciò un memoriale, in cui si lamentavano le insostenibili condizioni di miseria in cui gli abitanti del Ghetto erano costretti a vivere, sperando in qualche forma di intervento. Il messaggio non fu però inviato, probabilmente nella previsione che avrebbe irritato ancor più il governo pontificio, in tempi in cui vedeva approssimarsi la propria fine.

Poi venne il 20 settembre.

La reazione della Chiesa è ben nota. Una furiosa, sdegnata condanna dell’empia profanazione, a cui seguirono cinquantanove lunghissimi anni di assoluta interdizione a tutti i cattolici di partecipare alla vita politica del regno d’Italia, sacrilego e usurpatore. Una misura che privò il Paese, per tutto quel periodo, di energie che sarebbero state preziose per la crescita della nazione, inducendo al disimpegno, soprattutto, le masse meno acculturate, che furono convinte a vedere nello stato italiano un nemico, una forza straniera, atea e nemica non solo della Chiesa, ma dello stesso cristianesimo. Credo di non esagerare nel dire che gli effetti nefasti di questo muro di inimicizia, diffidenza, sospetto e incomunicabilità siano ben visibili ancora oggi.

L’indignazione ecclesiastica derivava, certamente, dallo spossessamento del potere temporale, ma certamente era esponenzialmente accresciuta dal fatto che a impadronirsi del territorio fu uno stato liberale, che riconosceva il libero pensiero, il pluralismo di idee, la libertà di parola, di culto, di stampa. Non è certo un caso, se nel 1929, quando la ferita fu risanata, a Palazzo Chigi sedeva un certo signore, che non era esattamente un liberale. “Ci voleva forse anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare – disse papa Pio XI il 13 febbraio del 1929, due giorni dopo la firma dei Patti Lateranensi, in un discorso all’Università Cattolica di Milano -, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale”.

Scrive Calò, che “non vi è da domandarsi perché verso la fine del secolo XIX gli ebrei fossero ancora rinchiusi, bensì quale sarebbe stato il loro futuro se i bersaglieri non avessero scalzato il potere temporale della Chiesa”.

Ma ancora più importanti, secondo me, sono altre due domande: quale sarebbe stato il futuro dell’Italia, senza quell’evento dirimente? E quale sarebbe stato il futuro della Chiesa?

Cercheremo di rispondere nelle prossime puntate.

Francesco Lucrezi, storico

(continua)