LA QUESTIONE EBRAICA XV. La rovina vivente.
Prima di passare ad altri argomenti trattati nel grande libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, facciamo qualche ultima considerazione sulle tristi e dolorose pagine dedicate dall’autore al Ghetto di Roma. Una realtà tanto più drammatica quanto più rimossa e dimenticata: si parla molto di Shoah, ancor più – soprattutto di questi tempi – del conflitto mediorientale, ma l’argomento del ghetto appare sostanzialmente relegato, nella cultura popolare, a livello di folklore e curiosità. Vi fanno riferimento le guide turistiche, c’è qualche citazione nei libri di storia locale (in quelli di storia nazionale molto poco), ma non è certo oggetto di riflessione, di presa di coscienza, né, certamente, motivo di pentimento, di richiesta di scuse da parte di qualcuno.
Calò ricorda l’effimera svolta liberale data da Pio IX nel 1948, quando, il 17 aprile, fece abbattere i portoni e le mura del ghetto di Roma e delle altre città dello Stato pontificio. Ma si trattò di un cambiamento imposto dall’esterno, non frutto di una maturazione interna da parte della Chiesa, e quindi estremamente precario: “La rivoluzione del novembre 1848, il momentaneo esilio del papa a Gaeta, la proclamazione della Repubblica Romana, con la parificazione dei diritti degli ebrei, furono sufficienti perché al suo ritorno Pio IX invertisse la rotta: non fu più il pontefice liberale che era stato e ripristinò i divieti che aveva abrogato”.
L’autore cita il commento che, cinque anni dopo, scrisse Fernando Gregorovius, nel suo diario del “Grand Tour” in Italia, che lo portò, tra l’altro, a visitare anche quello che era di nuovo tornato a essere, come da secoli, un luogo lugubre e penoso: “affollato in un cupo e triste angolo dell’Urbe, dirimpetto al Tevere, abita qui da più secoli, quasi reietto dal resto del genere umano, il popolo degli ebrei di Roma. Più volte chi scrive ha percorso il Ghetto romano, e la sua popolazione, unica rovina vivente tra le rovine della città, anzi la sola dell’antichità che fosse ancora viva e degna di attirare l’attenzione”.
Le parole del cronista meritano particolare attenzione nel punto in cui esse fanno riferimento agli ebrei di Roma quali “unica rovina vivente tra le rovine della città, anzi la sola dell’antichità che fosse ancora viva e degna di attirare l’attenzione”. Credo che queste espressioni racchiudano buona parte del sentimento di ambigua meraviglia/curiosità/ripugnanza che la sopravvivenza del popolo ebraico suscita, in età moderna, nei gentili.
Siamo abituati a visitare o a vedere in riproduzione gli scavi di Persepolis, il Partenone, la porta di Pergamo, il Codice di Hammurabi, le Piramidi, il Foro di Roma, la Nike di Samotracia, il tempio di Serapide, il Machu Picchu, la venere di Willendorf… Restiamo incantati a rimirare queste meraviglie, e il fatto che siano state prodotte da civiltà estinte ci dà un senso di stupore, ma anche di superiorità, di orgoglio, di sicurezza. “Noi” siamo venuti dopo, siamo gli eredi, i prosecutori, coloro che portano a compimento un cammino difficile, tortuoso, ma certamente glorioso, luminoso, e in salita. Oggi ci siamo “noi”, e solo “noi”. I Babilonesi, i Romani. Gli Egizi, gli Incas, gli Atzechi ecc. non ci sono più, ed è giusto, inevitabile che sia così. Devono essersene andati, devono avere lasciato il posto a “noi”, a solo a “noi”.
Ma, con gli ebrei, come la mettiamo? Anche loro hanno fatto meraviglie: il Dio unico, la Bibbia, l’etica, la libertà, e tante altre cose. Ma come è possibile che – a differenza di Babilonesi, Romani, Egizi, Incas, Atzechi ecc. – ci siano ancora, siano ancora tra “noi”? Come può esistere, tra “noi”, in mezzo a “noi”, una “rovina vivente”? Forse, se il passato vive ancora, non è morto (come dovrebbe essere giusto, naturale, obbligatorio), allora “noi” non siamo poi migliori, superiori?
E allora questa “rovina vivente” deve necessariamente essere neutralizzata. Deve confermare, con le sue abiette condizioni di vita, di essere a noi inferiore, come è ovvio che il passato debba essere rispetto al presente e al futuro: sorpassato, misero, anacronistico, esaurito. Un passato che si rifiuta di “passare”, che non ha capito di essere “passato”. Una spazzatura che si rifiuta di essere smaltita.
Francesco Lucrezi, storico
(continua)