LA QUESTIONE EBRAICA XIV. I simpatici.
Abbiamo trattato, nelle scorse puntate della nostra discussione sul libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, dell’istituzione, nella città di Roma, del cd. ghetto, una zona chiusa e murata nella quale dovevano obbligatoriamente essere reclusi gli ebrei, i cui contatti con la popolazione cristiana dovevano essere ridotti al minimo, per evitare ogni rischio di “contaminazione”.
Oltre a subire tale segregazione, la popolazione ebraica venne anche vessata da un’infinità di diposizioni limitative e ostative, dettagliatamente formulate, per esempio, nel lunghissimo editto del 1775 promulgato da Pio VI, papa Braschi, che proibì agli ebrei del ghetto, in modo estremamente minuzioso e preciso, innumerevoli attività (leggere determinati libri, comprare determinati oggetti, insegnare determinate materie, prestare determinate cose, copiare o tradurre determinati testi, spiegare determinati argomenti, trasportare, distribuire, donare determinati articoli, frequentare o circolare in determinati luoghi, effettuare determinati contratti, vestirsi in determinati modi, partecipare a determinati mercati e mille altre cose). In pratica, non potevano fare niente, o quasi. Al confronto, i Decreti Regi del 1938 sembrano parva res, il loro contenuto repressivo – pur pesantissimo – è di gran lunga più blando.
Non solo, sono anche attestate crudeli pratiche a cui gli ebrei venivano reiteratamente sottoposti. Per esempio, chiudere degli anziani in delle botti fatte rotolare (come Attilio Regolo), oppure costringere degli ebrei a denudarsi e a correre, per il sollazzo del popolino, che li bersagliava con dei lanci di fango (pratica che richiama l’antico rito pagano dei Lupercali). Nel 1579 fu organizzato un palio, ossia una corsa di cavalli, in occasione del quale sei ebrei nudi furono indotti a correre davanti ai cavalli (“dopo queste bestie bipedi – fu disposto – correranno le quadrupedi”). L’usanza dovette avere molto successo, perché fu ripetuta molte volte, fino a che non fu abolita, ma solo nel 1668, da papa Clemente X: non certo – come espressamente spiegato nel decreto di abrogazione – per motivi di giustizia o pietà, ma solo in cambio di soldi (furono pagati 300 scudi) e perché essa fu giudicata “indecorosa”.
Il ghetto, “vergogna europea”, era un luogo affollatissimo, lurido e maleodorante, nel quale i genitori di fanciulli, fra l’altro, vivevano nel costante terrore che i figli fossero rapiti per essere forzatamente convertiti ed educati come cristiani. Il caso, molto famoso, di Edgardo Mortara, il bimbo rapito a Bologna nel 1858, non fu certo isolato, e a volte i rapimenti colpivano ragazzi anche di non tenera età, cosa ancor più brutale, dal momento che i giovinetti, in piena età di ragione, venivano strappati ai loro affetti e costretti con la forza a modificare radicalmente già consolidati costumi di vita. Calò ricorda, in particolare, il caso di Giuseppe Coen, un garzone di calzolaio che, nel 1864, fu sottratto alla sua famiglia all’età di undici anni, e avviato forzatamente al sacerdozio.
Nel 1843-44 un ingegnere americano, William G. Gillespie, effettuò un soggiorno a Roma, durante il quale visitò anche il ghetto, per poi scrivere le sue impressioni in un libro di memorie di viaggio: “Nei suoi angusti limiti sono costretti a risiedere tutti gli ebrei di Roma, che vi vengono rinchiusi tutte le sere con cancelli di ferro. Il ghetto è piuttosto sudicio e le strade sono fiancheggiate da bottegucce. Lasciando il ghetto, mi fermai in un caffè e chiesi al cameriere cosa pensasse dei suoi vicini. “Oh, sono persone molto simpatiche”, disse ridendo, “posso colpirli sulla testa senza che mi rispondano con un insulto”.
Non c’è certo da stupirsi che, in queste condizioni, gli abitanti del ghetto risultassero a molti ‘simpatici’. L’istinto della sopraffazione, il piacere di schiacciare e umiliare i più deboli è antico quanto la civiltà umana. Chi picchia un debole si sente forte, vincente, ottiene una facile gratificazione a buon mercato. Lo si è sempre fatto, per esempio, su mogli, figli, servi. Ma disporre addirittura di un intero grande quartiere di persone da colpire sulla testa, gratis e senza nessun rischio, doveva essere davvero una pacchia.
Tutto questo fa parte della storia d’Italia, eppure non se ne parla per niente sui manuali di storia adottati nei nostri licei, che invece sono molto dettagliati, per esempio, sulle varie battaglie delle Guerre d’Indipendenza. È un grave errore, perché è storia, ed è una storia che riguarda da vicinissimo il presente. E dovrebbero essere gli eredi dei colpevoli di ieri, e non delle vittime, a chiedere di porvi rimedio.
Francesco Lucrezi, storico
(continua)