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Sukkot. Diario di parole e di occhi

Sukkot

Diario di parole e di occhi

 

Su un mattino qualunque dopo il giorno tremendo grava un’ombra densissima.

Seguo le conversazioni con gli amici: se discorrono, se sono impegnati a sceverare i come e i perché, mi rassereno, malgrado tutto. Indugio nel condividere una notizia importante ma deprimente per noi tutti. Occorre farlo, ché sapere che altri sorreggono la stessa croce del tenerci mi conforta; forse, può confortare anche loro. Condividerò anche una bandiera che tutti ci unisce per iniziare insieme, seppure lontani, una nuova giornata. Boker tov.

Dopo bisogna andare a lavoro, offrire parole che costruiscano, esserci in spirito, oltre che col corpo. Ma nelle pause, quando tacciono le voci esterne, la morsa dell’ansia mi vince, ho bisogno di sapere come stanno gli amici, cosa c’è di nuovo.

Di nuovo c’è un’occupazione di Università, a Torino, a Napoli. Uno storpiatore di parole informa che non andrà alla fiera del fumetto. Un nutrito gruppo di docenti firma un appello antisemita. Sui muri accanto a una pizzeria, a Napoli, hanno scritto: “Zionists not welcome”. A Roma hanno incendiato le pietre d’inciampo. Nei pressi del Tempio Maggiore è stata allestita una tavola lunghissima con un coperto vuoto per ogni rapito. Una tavola di assenza, dolore, preghiera. Visi sorridenti fanno capolino dai manifesti incatenati nei recinti del Tempio.

Piovono dottissime analisi di quanti conoscono i perché.

Gli amici sono in pena. A volte discutono con esangui, doloranti parole – le parole, tanto care agli ebrei -. Si comprendono. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro.

Cerco con gli occhi la benedizione, il conforto del mio maestro. Non può concederne, sta soffrendo molto.

Al principio dell’estate eravamo a Masada coi nostri amici. Leggevamo il discorso di Eleazar Ben Yair. Mai più Masada cadrà, mai più. Eravamo tra le vie ombrose della città vecchia, bardati e debitamente distanti – le donne dagli uomini – davanti alla moschea di Al Aqsa. Sul monte degli ulivi. A Mamilla street ad ascoltare un rabbino cantare. A casa degli amici italkim per lo Shabbat, tra i sali roventi del Mar Morto, a incontrare Chagall ad Adassah. Allo Yad Vashem. Sul wadi profondo di Tekoa.

I preziosi ricordi mi regalano un po’ di coraggio, intravedo un filo di speranza. Torneremo.

Quello Shabbat sul finire di Sukkot, si pensò, al principio, al ‘solito’ attentato: non riusciranno a fare nulla, saranno fermati subito. Così ci dicemmo io e la mia amica Franca.

Ma qualcosa di enorme stava accadendo mentre febbrilmente ne parlavamo, mentre cercavamo di capire. Sotto i nostri occhi spalancati, bisognosi di parole si susseguivano immagini terribili.

Inermi, guardavamo.

Angelica e gli altri furono subito pronti. Ma ciò che accadeva in quel sabato era più orrendo di tutti gli incubi. Qualcosa di noto e antico.

Il nero serpente dell’ansia mi stritolava come stritola da allora i miei mattini. Occorre attendere, mi dicevo, notizie rassicuranti. Gli amici risponderanno, è ancora Shabbat.

Ma le immagini dilaniarono le notti, planarono prepotenti ogni momento sui bui risvegli dalle voci rotte. Gli occhi del maestro dilatati e spenti. Non arrivarono parole.

Arrivarono due bambini coi loro giovani genitori. Israeliani. Ebrei. Devoti alla loro terra sostarono al sicuro solo pochi giorni, circondati dall’affetto di quanti li accolsero offrendo amicizia, cure, illudendosi di sanare un poco la piaga che dolorosamente si riapriva.

Ma loro scelsero di tornare coi giocattoli e i bambini in braccio, mentre il mostro divaricava le ali e sputava dardi di fuoco crudele dentro e fuori Israele. Tornarono, Osnat e Uri, coi bozzetti soffusi dei fiori di Sorrento, le parole mozzate di uno Shabbat lontani da casa, i passeggini stanchi. Raccolsero gli occhi dei piccoli e andarono.

Sentimmo allora tutti il bisogno di pregare. Gli atei, gli agnostici, i cristiani, gli increduli, gli ebrei. Sentimmo di stringerci in una comune preghiera che scacciasse i mostri.

I mattini si susseguirono tra i risvegli incipienti e le notizie dell’Ansa.

I più forti rilasciarono interviste lottando contro il risveglio e il rincrudimento del terribile mostro.

I capaci continuarono a scrivere e scrissero per denudare il mostro, smembrarlo, mostrare al mondo le sue vere fattezze. I coraggiosi riuscirono a spiegare con parole l’abisso del proprio sgomento. Alcuni piansero ogni giorno, altri si indignarono e si impegnarono a smascherare le menzogne fino ad esaurire le parole di tutte le lingue.

Moltissimi dimenticarono il giorno dopo.

Angelica raccoglieva da sola le splendide mele nei campi all’ombra del mostro e miracolosamente parlava parole di pace, di terra, fatica, fede e speranza. Kfir, al fronte, animava la giovane brigata desiderosa di parole, gli occhi accesi di un invincibile sorriso.

Allora ci illudemmo per un poco di poter aiutare facendo i giubbetti, i pasti per i combattenti.

Ma un giorno, all’Università, Luciano ricordò con un breve sorriso, quando, da bambino, i suoi amichetti lo avevano circondato per insultarlo e incolparlo della morte del Cristo dei cattolici.

Gli occhi del maestro spalancano una voragine infinita.

E allora bisogna correre. Correre fuori a incontrare gli amici, ascoltare, analizzare, provare a capire, leggere, spiegare, scrivere, insegnare. Essere comunità. Sigillare al terrore ogni pertugio disponibile della nostra anima. Ma come far tacere l’angoscia se in ogni secondo un fratello rapito è nelle mani del mostro che l’ha ghermito, se non sappiamo cosa ne è né che sarà di lei, di lui, se c’è chi ancora rinnega il diritto suo ad esistere, chi barbaramente si scaglia contro la vita sua stessa?

A Sukkot divenimmo d’improvviso orfani di parole. Saldi si dilatarono, si dilatarono gli occhi nel buio abbacinante.