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L’incredibile potere delle Comunità ebraiche

Marco Politi (Il Fatto Quotidiano,  Blog, 8 novembre 2023) scrive un articolo dal titolo “Biden e il Papa supportano la soluzione dei due Stati: gli ebrei italiani sono a un bivio”, nel quale scrive: “In Italia, ormai da decenni, è prevalsa nell’ebraismo organizzato una tendenza che si potrebbe riassumere così: “Non possiamo dire da qui cosa devono fare i nostri fratelli e sorelle ebrei in Israele: nostro compito è difendere la sua esistenza”. Questo tipo di inerzia ha finito per lasciare carta bianca al deliberato sabotaggio degli accordi di Oslo da parte di Netanyahu, al suo conclamato favoreggiamento di Hamas per indebolire l’Autorità nazionale palestinese, alle sue manovre sistematiche per cancellare l’ipotesi di uno stato palestinese e al suo cinico appoggio al moltiplicarsi di insediamenti ebraici in Cisgiordania– in aperta violazione del diritto internazionale.

Ci sono dei momenti storici in cui ognuno è chiamato a dire da che parte sta. Le comunità ebraiche italiane sono pronte a sostenere senza riserve la nascita di uno stato palestinese sulla base delle risoluzioni dell’Onu? Sono pronte a sostenere la linea più volte espressa da Biden per imporre uno stop alle violenze delle squadracce dei coloni, che in queste settimane  terrorizzano e uccidono in Cisgiordania palestinesi e beduini con l’intento di spingerli ad andarsene, “perché questa terra è nostra”? Il parto della pace della pace è sempre difficile, ma il traguardo si raggiunge solo se si garantisce all’altro ciò che si ama per sé.”

Ne consegue che, per Politi, l’inerzia delle Comunità ebraiche provoca addirittura il crollo degli Accordi di Oslo, in forza di un potere che nessuno pensava potessero avere. Come faccia Marco Politi, un giornalista importante, a non sapere che le Comunità Ebraiche non  sono un partito politico, non è dato sapere. Eppure, sarebbe bastata un’occhiata sul web allo Statuto dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, per apprendere che né l’Unione né le Comunità ebraiche hanno competenze in materia di politica internazionale. Anche se non volesse cimentarsi in un siffatto impegno, dovrebbe sapere che in seno alle Comunità vi sono iscritti dalle idee politiche più disparate, che giustamente non potrebbero che stupirsi di una preferenza delle Comunità ebraiche in una materia riservata alle scelte di ciascun iscritto.  Piuttosto, una curiosità: perché non pone lo stesso quesito alla controparte, ossia, alle Comunità islamiche in Italia? Non mi sembra una domanda peregrina.

Quanto all’appoggio per la creazione di  uno Stato palestinese, può Politi non sapere che Israele espresse tale appoggio nel 1947, appoggiando e spingendo per l’approvazione del Piano di Partizione, approvato con la Risoluzione Onu 181/1947? Può.

Soltanto che la creazione dello Stato palestinese piacque agli israeliani e un po’ meno agli arabi, che invasero Israele con ben cinque eserciti, pensando che così gli israeliani avrebbero capito il loro disappunto, quanto meno er  facta concludentia.  Non solo: anche in seguito la parte palestinese ha rifiutato la creazione di uno Stato palestinese,  bocciando le proposte dei Premier Barak e Olmert, che avevano il patrocinio degli USA. Quindi, se il signor Politi vuole uno Stato palestinese,  si domandi se non  abbia sbagliato indirizzo.

Questo, però, riguarda il comportamento di Israele, del quale comportamento gli ebrei della Diaspora dovrebbero essere collettivamente responsabili. Era la tesi di Luciano Lama, quando  “Sfilando sul
lungotevere, alcuni lavoratori gridarono: «Ebrei ai forni! W l’Olp! Morte a Israele» e poi lasciarono una bara davanti alle lapidi degli ebrei romani morti alle Fosse Ardeatine. Il rabbino capo Toaff li definì antisemiti provocando la reazione dei leader sindacali e in particolare quella di Luciano Lama che definì fantasiose le accuse e ribadì l’assoluta condanna del sindacato di ogni forma di razzismo. Nella sua risposta chiese a Toaff: Non le sorge il dubbio che di fronte a questi eventi si sviluppi in vasti strati di cittadini e di lavoratori un sentimento di condanna politica e morale della linea brutale e aggressiva seguita dal governo Begin? […] Neppure la guerra crudele scatenata dalle armate israeliane contro un popolo che rivendica il suo diritto sacrosanto come il vostro a una patria, cancella in noi e nei lavoratori italiani l’impegno per la libertà, per il diritto all’autodeterminazione dei popoli” (Alessandra Tarquini,  La sinistra italiana e gli ebrei Socialismo, sionismo e antisemitismo dal 1892 al 1992. Il Mulino. Bologna. 2019, p. 253 ss.). Non si domandò, Lama, perché gli ebrei italiani avrebbero dovuto rispondere della politica israeliana. Non è un caso che a nessuno passi per la testa di compiere un’operazione analoga con i credenti islamici che risiedono, quale che sia il loro titolo (cittadinanza o residenza) in Italia.

Al riguardo, il prestigioso giornalista blogger del Fatto Quotidiano,  potrebbe gettare uno sguardo alla definizione (non giuridicamente vincolante) Ihra di antisemitismo, adottata  dal governo di cui siamo cittadini tutti e due, che recita: Considerando il contesto generale, esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa includono (ma non si limitano a): ….Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele.

Infine, nel 2000,  Politi aveva scritto su 30 giorniSi può parlare tranquillamente di Maometto o di Budda, discutendo del loro ruolo storico senza per questo accettare la loro religione o filosofia, ma non si può nominare il Nazareno. Con questo scoglio l’ebraismo deve fare i conti, questo scoglio prima o poi va superato proprio se si vuole arrivare a quella fratellanza evocata su labbra ebraiche.” Ebbene, io il Nazareno l’ho non solo nominato, ma gli ho dedicato un capitolo del mio volume La questione ebraica nella società postmoderna, Itinerari fra storia e microstoria, ESI, Napoli, 2023.  Così, narcisisticamente, ho parlato di me. Ma perché Politi non ricorda Jules Isaac, che scrisse nel 1948 “Gesù e Israele”?  Jules Isaac è notissimo, non è come me.  Citiamo il compianto grande papa Giovanni Paolo II, “È una gioia per me ricevere i  rappresentanti della numerosa e vivace comunità ebraica francese. Una comunità che ha una lunga e gloriosa storia. C’è forse bisogno di ricordare i teologi, gli esegeti, i filosofi e gli uomini pubblici che l’hanno distinta nel passato e la distinguono oggi? È altrettanto vero, e voglio ricordarlo oggi, che la vostra comunità ha avuto molto per cui soffrire durante gli anni oscuri dell’occupazione e della guerra. Rendo omaggio a queste vittime il cui sacrificio sappiamo non essere stato infruttuoso. È da là che è veramente partito, grazia al coraggio e alla decisione di alcuni pionieri, fra cui Jules Isaac, il movimento che ci ha condotti al dialogo e alla collaborazione presenti, ispirati e promossi dalla Dichiarazione “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II. Questo dialogo e questa collaborazione sono molto vivi ed attivi in Francia. Ne sono felice. Fra l’ebraismo e la Chiesa, c’è un rapporto, come ho già detto in un’altra occasione a dei rappresentanti ebrei, “a livello delle loro stesse identità religiose” (Giovanni Paolo II, Allocutio, die 12 mar. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 529. Questo rapporto deve essere ancora approfondito ed arricchito dallo studio, dalla reciproca conoscenza, dall’insegnamento religioso da entrambe le parti, e dallo sforzo per superare le difficoltà ancora esistenti. Questo ci permetterà di operare insieme per una società libera dalle discriminazioni e dai pregiudizi, dove regnino l’amore e non l’odio, la pace e non la guerra, la giustizia e non l’oppressione. È verso quest’ideale biblico che ci conviene guardare sempre, perché ci unisce così profondamente. Approfitto di questa felice occasione per riaffermarlo ancora davanti a voi e per esprimere la mia speranza di perseguirlo insieme.  Questo brano l’ho attinto dal sito del Vaticano.