Vai al contenuto

LA QUESTIONE EBRAICA 7. Ciò in cui si vuole credere

LA QUESTIONE EBRAICA. 7. Ciò in cui si vuole credere.

Abbiamo affrontato, nella scorsa puntata, il tema della totale, assoluta irrazionalità dell’antisemitismo. Tutti i fenomeni storici che oggi ci paiono segni di brutalità e sopraffazione (guerre, schiavitù, sacrifici umani, torture, colonialismo ecc.) trovano sempre delle spiegazioni, siano esse sul piano dell’interesse, del potere, o a livello religioso, sacrale ecc. L’antisemitismo non ne troverà mai alcuna. Si potranno analizzare in modo minuzioso e dettagliato le varie modalità in cui gli ebrei, nei vari luoghi e nei vari tempi, sono stati discriminati, umiliati, perseguitati, uccisi, ma non si potrà mai capire perché ciò sia accaduto. Si potrà sapere, forse, perché i persecutori hanno ritenuto di agire in un certo modo, ma quello che loro pensavano e sentivano non era una motivazione, ma semplicemente un impulso autoreferenziale, del tutto irrazionale. Dire che gli ebrei sono stati perseguitati perché “hanno ucciso Gesù” non è certo una spiegazione. Gli uomini hanno pensato tante cose, è vero, ma, come scrisse Tacito – citato da Calò- , “fere libenter homines quod volunt credunt”. Tale verissima asserzione, certo, ha una portata generale, e non vale solo per gli ebrei. E tuttavia, tale massima assume, a proposito dell’antisemitismo, una valenza del tutto particolare, dal momento che solo nei confronti di tale fenomeno si assiste a quella che si può definire una totalità fluidità e mutevolezza delle motivazioni.

Abbiamo già detto che gli ebrei sono stati e sono odiati per motivi evidentemente alternativi, e quindi reciprocamente contraddittori (di destra, di sinistra, forti, deboli ecc.), ma ciò che particolarmente sorprende è l’assoluta disinvoltura con cui un consolidatissimo, magari plurisecolare pregiudizio venga immediatamente dismesso, senza creare un’ombra di perplessità o di imbarazzo. Ciò, certamente, capita solo per gli ebrei. Sarebbe immaginabile, per esempio, che, negli stati schiavisti americani, nel ‘700 o nell’’800, improvvisamente tutti i bianchi avessero capito che i neri sono esseri umani, identici a loro, così, come d’incanto, senza alcun momento di transizione?

Eppure, per gli ebrei succede esattamente questo.

Faccio solo tre esempi.

Per circa diciannove secoli la Chiesa ha sempre detto che tutti gli ebrei, di tutti i luoghi e tutti i tempi, erano collettivamente responsabili del deicidio. Nel 1965, due righe della dichiarazione conciliare Nostra Aetate hanno detto, quasi “en passant”, che non era vero. Un piccolo disguido, sorry. Niente di grave.

Dal 1938 al 1945 almeno il 99 % degli italiani ha aderito senza batter ciglio all’idea che gli ebrei appartenessero a una razza diversa e inferiore. Poi hanno capito, tutti insieme, che non era vero.  Un piccolo disguido, sorry. Niente di grave.

Ancora. Nel 1975 la grande maggioranza dei Paesi membri delle Nazioni Unite hanno stabilito che il sionismo è una forma di razzismo. Solo 16 anni dopo, nel 1991, hanno cambiato idea, così, all’improvviso. Un piccolo disguido, sorry. Niente di grave.

Nessun imbarazzo, nessuna autocritica, neanche un’ombra di curiosità riguardo al fatto che, per tanto tempo, si sia pensata una cosa assurda. Impossibile trovare qualche analogia. Come se tutti i cristiani, da un giorno all’altro, capissero che Gesù non è mai esistito, se tutti gli storici stabilissero, tutti insieme, da un giorno all’altro, che Cesare non fu assassinato, ma si suicidò, o tutti i napoletani decretassero, da un giorno all’altro, senza nessun turbamento, che Maradona è stato una schiappa, o che la Juve è una grande squadra.

Solo la percezione degli ebrei funziona in un modo del tutto particolare, diverso da qualsiasi altra umana elaborazione mentale. Tutti sanno cosa sono, cosa non sono, cosa fanno, cosa non fanno. Ma queste cose sono scritte sulla sabbia, basta un refolo di vento, e tutto viene spazzato via, senza lasciare alcuna traccia. Chi ha pensato che gli ebrei sono bianchi, domani penserà che sono neri, e non si soffermerà neanche per un istante a riflettere su questo cambiamento di opinione, né ne dovrà mai dare conto a nessuno.

 

Francesco Lucrezi, storico

 

(continua)