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LA QUESTIONE EBRAICA 6. Psicostoria

LA QUESTIONE EBRAICA 6. Psicostoria

 

Nel primo capitolo del suo volume La questione ebraica Emanuele Calò tratta del concetto di “psicostoria”, adottato da Thomas Kohut nel senso di “utilizzo di una psicologia sistematica – in questo caso della psicoanalisi – nel contesto di un’investigazione storica”. Un termine, psicostoria, che ho adoperato diverse volte del passato, sia pure in un senso un po’ diverso da quello di Kohut.

Un tale approccio alla ricostruzione storica si rivela ovviamente alternativo a tutte le interpretazioni della storia basate su intellegibili rapporti eziologici di causa-effetto, e quindi su idee meccanicistiche e fondamentalmente razionali. Calò parla del marxismo e della concezione materialista della storia, secondo la quale alla base dell’agire umano ci sarebbero sempre innanzitutto motivazioni di interesse economico. Sarebbe quello il “primo motore” della storia, e tutto il resto – sentimenti, cultura, arte, religione ecc. – non sarebbero che una sovrastruttura, qualcosa di indotto e derivato.

Il marxismo, da questo punto di vista, si colloca pienamente nell’ambito del pensiero razionale, non ammette zone d’ombra, livelli di inconscio. Se li ammettesse, crollerebbe tutto. Ma lo stesso si può dire anche per il pensiero democratico, capitalista e liberale, e anche per le visioni cristiane improntate al provvidenzialismo. La democrazia e il libero mercato hanno le loro regole chiare e pienamente intellegibili, non c’è nessun mistero. E pure la Divina Provvidenza, se anche non permette di conoscere in anticipo le sue mosse, non è certo irrazionale. I cattivi andranno all’Inferno, i pentiti in Purgatorio e i buoni in Paradiso, i castighi e i premi ultraterreni non sono altro che una perfetta, razionalissima prosecuzione ultramondana della storia terrena.

Tutte queste visioni razionali non ammettono eccezioni o contraddizioni: non è possibile che un operaio sia più felice come sfruttato che come lavoratore libero, che una dittatura funzioni meglio di una democrazia, che il libero mercato dia meno benessere del comunismo, che i buoni vadano all’Inferno e i cattivi in Paradiso.

Abbiamo già scritto, nella scorsa puntata, che il cammino della storia è un continuo groviglio di ragione e irrazionalità, e non è mai facile dire cosa prevalga. A volte la lettura del passato è fortemente alterata da alcuni consolidati stereotipi, duri a morire. A tutti noi, quando pensiamo al Rinascimento, viene subito in mente l’homo vitruvianus di Leonardo o cose del genere, chiamiamo il ‘700 l’età dei Lumi ecc., senza fare caso al fatto che in quei periodi si bruciavano sui roghi più streghe di quanto avvenisse nel Medio Evo, e furono inventati e applicati supplizi molto più feroci e crudeli del passato. E, ai giorni d’oggi, proprio nei Paesi più colti, ricchi e progrediti vastissime masse di persone sono convinte che Elvis Presley è ancora vivo, che l’uomo non è mai sbarcato sulla luna, che il Covid non esiste, che Trump ha vinto le ultime elezioni. Dire che prevalga sempre l’irrazionalità, ovviamente, sarebbe un’esagerazione, ma anche il contrario sarebbe almeno altrettanto sbagliato.

Eppure, c’è un “buco nero” della storia, per il quale non si può dire che ci sia un mix di razionalità e irrazionalità, perché la ragione, in esso, scompare del tutto, inghiottita dal nulla. Ed è il cosiddetto antisemitismo. Il quale, da questo punto di vista, rappresenta decisamente un unicum, un fenomeno senza possibili paragoni con nessun altro fenomeno umano.

Calò sintetizza l’ostilità contro gli ebrei in tre tipologie di fondo: l’antico antigiudaismo di tipo religioso, il pregiudizio biologico razziale e l’antisionismo, inteso come pregiudiziale rifiuto o criminalizzazione dello Stato d’Israele. Ma, com’è noto, non solo queste tre categorie si dividono in tanti sottogruppi, si intrecciano e si sovrappongono, ma, accanto ad esse, ce ne sono mille altre. I più vari (e reciprocamente contraddittori) stereotipi si inseguono da sempre, in una macabra corsa, nella quale i vari concorrenti fanno a gara a superarsi, per arrivare primi al traguardo: sono ricchi, sono poveri, sono deboli, sono forti, sono avari, sono prodighi, sono comunisti, sono capitalisti, sono atei, sono fanatici religiosi ecc. Oggi, per esempio, la veste di gran lunga prevalente è quella dell’amore verso i nemici degli ebrei. Un abito comodissimo, perché permette di odiare gli ebrei senza mai neanche nominarli.

La ragione, per capire tutto ciò, non serve, siamo nel campo della psicostoria.

Dobbiamo quindi cedere alla categoria del ‘mistero’, dell’inspiegabile?

Personalmente, non amo il concetto di ‘mistero’. Preferisco ammettere, semplicemente, che ci sono delle cose che, per essere comprese, richiedono strumenti di analisi diversi da quelli della ragione. Capire questo sarebbe già un importante punto di partenza.

 

Francesco Lucrezi, storico

 

(continua)