LA QUESTIONE EBRAICA 5 Il sonno della ragione
Scrive Emanuele Calò, nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, che “non sarebbe possibile esaminare il comportamento umano alla luce della sola razionalità; l’irrazionalità fa parte della nostra esistenza per diverse ragioni, la più importante delle quali è la sua essenzialità”. E cita, come esempio, la Scuola di mistica Fascista fondata a Milano da Niccolò Giani nel 1930, che rivendicava apertamente la forza e la superiorità dell’irrazionalismo, affermando la “sfiducia del misticismo fascista verso la scienza” e il sospetto verso la ragione, “la quale avrebbe dovuto arrestarsi ai confini del soprannaturale e del soprarazionale”.
Non sono stati solo i fascisti, ovviamente, a propugnare l’ostilità verso la ragione. In teoria, si dovrebbe pensare che, essendo la ragione collegata all’intelligenza, chi possiede la seconda dovrebbe sostenere anche la prima, se non altro perché dovrebbe avere, nei suoi confronti, maggiore dimestichezza e consuetudine. A chi è meno intelligente, ma è magari più dotato su altri piani, non conviene tanto “ragionare”, semplicemente perché non lo sa fare bene. Se un energumeno stupido litiga con un soggetto mingherlino e intelligente, che interesse avrebbe a basare la disputa sul paino di chi abbia ragione? È chiaro che non gli conviene, gli basta alzare le mani, o minacciare di farlo, e la questione è chiusa.
Il mondo si divide quindi in intelligenti ragionevoli e stupidi irragionevoli?
Ovvio che no, ci sono persone poco dotate sul piano intellettivo che hanno tuttavia uno spiccato senso di razionalità (oltre che, magari, di etica e giustizia), e soggetti di grande intelligenza e cultura che dicono, senza alcun pudore, delle cose assurde e abominevoli, riscuotendo spesso grande successo. Non voglio fare nomi, ma la capacità di alcuni presunti intellettuali nostrani di dire sesquipedali idiozie è di palmare evidenza.
Il cammino dell’umanità è un intreccio di lucida razionalità e del “sonno della ragione” di Goya, ed è difficile dire quale, tra le due cose, prevalga. Abbiamo, da una parte, un continuo progresso sul piano della scienza, della conoscenza, dell’esplorazione di nuovi mondi. Non siamo sbarcati sula luna, non abbiamo scisso l’atomo in modo irrazionale. Dall’altra, abbiamo assistito a innumerevoli manifestazioni di barbarie, di masochismo, di violenza gratuita. Tante volte gli uomini, pur potendo facilmente vivere meglio, hanno scelto di vivere peggio, apparentemente senza nessun motivo comprensibile.
Credo che di questa presenza dell’irrazionalità nella vita umana gli uomini del passato fossero più consapevoli di quanto non siamo noi contemporanei. Qualsiasi abitante di qualsiasi tribù, insediamento, villaggio, città, nazione del passato, nell’andare a dormire la sera, era consapevole che la mattina dopo, o la notte stessa, la tribù, l’insediamento, il villaggio, la città o la nazione più vicina, con la quale il suo gruppo intratteneva in quel momento buoni rapporti, avrebbe potuto muovere guerra, senza bisogno di dare alcuna spiegazione. La violenza poteva sempre arrivare, senza preavviso, come la pioggia. Le generazioni nate e vissute dopo la seconda guerra mondiale sono state abituate a pensare in un modo diverso, credendo, o illudendosi, che la razionalità di un equilibrio tra le grandi potenze, della diplomazia, di regole comuni, di organismi sovranazionali, potesse governare il mondo. Hanno coltivato l’ingenua illusione che gli uomini, tutti gli uomini, tendano al comune progresso e alla “pace universale” di Kant, e che l’unico problema sarebbe quello di trovare la giusta strada per raggiungere tale obiettivo comune. Si sono illusi di vivere in un mondo razionale, dimenticando l’arma segreta dell’irrazionalità, la sua intrinseca forza, che è, appunto, come dice Calò, l’essenzialità. Il pensiero razionale è complesso, chiede la fatica dell’elaborazione, dell’analisi, della costruzione. Quello irrazionale è immediato, essenziale, sempre pronto per l’uso. Era così ieri, è così oggi, sarà così domani.
Se ogni storia umana richiede un’analisi tanto della razionalità quanto dell’irrazionalità umana, la comprensione della “questione ebraica” impone che la presa in considerazione dell’elemento irrazionale abbia sia non solo importante, ma preliminare a qualsiasi altra considerazione. Ma pochi lo fanno, per quella che abbiamo definito, la scorsa puntata “willfull ignorance”. Non si tiene in considerazione l’irrazionalità, semplicemente, perché non si vuole capire.
E, infatti, non si capisce.
Francesco Lucrezi, storico
(continua)