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Gaza, le procelle, gli equivoci

Leggo su un quotidiano nazionale che per un importante esponente delle istituzioni ebraiche l’antisemitismo sarebbe conseguenza del disagio e dell’ignoranza, che sorgerebbe laddove è più arduo il controllo, ossia, nel web e negli stadi. Ascolto con rispetto, e non è il contrario del rispetto informare/spiegare/implorare che se non si mette a fuoco il fenomeno, diventa illusorio pensare di combatterlo.  Perché l’affermazione dianzi riportata, se fosse esatta, comporterebbe che l’antisemitismo sarebbe una sottocultura (Treccani:  con s. si intende un gruppo identificabile all’interno di una cultura di cui condivide molti tratti generali o che attraversa più culture. Tale gruppo è composto, a sua volta, di gruppi più ristretti. I suoi membri hanno in comune norme, credenze, valori differenti in parte da quelli della cultura ufficiale). Sennonché il pregiudizio è così ufficiale e così poco ufficioso da imporsi nelle narrazioni correnti e nei testi scolastici, e quindi è tutt’altro che una sottocultura. E perché mai? Perché molto antisemitismo non si considera tale bensì legittima critica, agendo così sotto mentite spoglie.   Eppure, qui Israele non ha colpe: sappiamo che se Gaza non bombardasse Israele, non vi sarebbero restrizioni di alcun tipo.  Così come sappiamo che malgrado subisca un bombardamento ventennale (o sono 19 anni, o 18 e mezzo?) Israele rifornisce Gaza gratis e di tutto punto.  Come dire, grazie per bombardarmi, spero che i miei  doni siano graditi.  Gaza “è una prigione a cielo aperto“; già, e io sono Napoleone Bonaparte: Gaza ha una frontiera con l’Egitto, non è un’enclave come dice il TG1. A proposito, è bello vedere i tre telegiornali Rai, perché è un modo come un altro di conoscere tre specie antropologiche irriducibili l’una all’altra. Tutto questo è palese, ma per misteriose (misteriose?) ragioni viene ignorato. Ovviamente, non si ritiene utile ricordare che Hamas, che ha il potere di fatto a Gaza, dopo aver cacciato con la forza l’OLP, figura nella lista nera delle organizzazioni terroristiche stilata dall’Unione Europea.  Grass roots: in luoghi così poco sottoculturali come  Harvard,  gli studenti condannano Israele, colpevole di aver subito il rapimento di vecchie e bambini mentre qui  delle università italiane, dove qualche rettore rivaleggia non con Max Planck ma con Laurence Olivier o con Eduardo De Filippo, mandano i loro bravi studenti a studiare a Gaza, governata da noti tagliagole. Ruth  Margalit, sul New Yorker dell’8 ottobre 2023 riporta sulla carneficina compiuta da terroristi palestinesi  in un ‘music festival’: “these were executions. We were like ducks in a firing range”. Inedito. Nessuno festeggiava quando i nazisti sparavano agli ebrei, ora sì. Si festeggia in piccoli centri come Milano o in luoghi ignoti come youtube. Su RaiTre, il direttore di un quotidiano dice che la colpa è di Netanyahu, non di chi spara e rapisce. Insomma, sostenere che  l’antisemitismo sia estraneo alla cultura dominante (e quindi sarebbe una mera sottocultura) rivela un approccio ingenuo. Il problema risiede in ciò che l’antisemita  ingenuo non è, che  sia la vittima o il leader delle vittime a commettere il peccato di ingenuità, costituisce un lusso, e quindi, un modo procelloso anziché no, di vivere al di sopra delle proprie possibilità. Però De te fabula narratur; cosa fecero questi gentiluomini al Bataclan?  Domandatelo a John Donne.