Vai al contenuto

LA QUESTIONE EBRAICA 1 Memoria e oblio

  • Opinioni

LA QUESTIONE EBRAICA 1 Memoria e oblio

Non si può certo dire che sull’ebraismo (nelle sue molteplici espressioni, componenti, dimensioni: culturale, nazionale, religiosa, identitaria e altro) ci sia scarsità di documentazione e interpretazione. Alle varie tematiche ebraiche sono dedicati infatti innumerevoli libri, saggi, articoli, documentari, e, negli ultimi tempi, anche film, fumetti, graphic novel, serie televisive, di varia qualità, dall’ottimo al pessimo. Né è dato registrare, di fronte a tale abbondanza di materiale, un calo di attenzione o di richiesta. Anzi, al contrario, l’interesse sembra, col trascorrere degli anni, ulteriormente crescere e rafforzarsi, seguendo un trend in continua ascesa.

La legge fondamentale dell’oblio, secondo cui ogni argomento, col passare del tempo, tende a perdere la sua forza di richiamo, per fare posto a nuove tematiche, sembra conoscere, con l’ebraismo, una singolare eccezione. Emblematico, da questo punto di vista, il caso della Shoah. Subito dopo la sua perpetrazione, migliaia di sopravvissuti, testimoni oculari della tremenda realtà, erano in grado di raccontare personalmente ciò che avevano visto e vissuto, sarebbe stato del tutto normale che, per lunghi anni, in tutto il mondo quella narrazione avesse preso il primo posto su tutte le altre: nelle case, nelle sedi politiche, nei circoli culturali, nelle scuole, nelle Università, nelle chiese, nelle sinagoghe, nei tribunali… Si trattava dell’evento sicuramente più sconvolgente, incredibile, assurdo dell’intera storia. Niente, al pari di esso, poteva apparire in grado di fornire delle nuove chiavi di lettura sulla natura umana. Eppure, com’è noto, per circa trent’anni questo “buco nero” è stato sigillato, quasi del tutto, in un altro “buco nero” di rimozione e dimenticanza. I ‘sommersi’ e i ‘salvati’ non ne hanno parlato, o, quando hanno provato a farlo, non sono stati ascoltati. Questa rimozione, certo, rappresenta, di per sé, un fenomeno inquietante e sorprendente, che merita di essere analizzato e compreso (ove mai sia possibile comprenderlo). Ma occorre, al contempo, anche interrogarsi sul perché quel martirio, che è stato così facilmente affidato all’oblio (anzi, più propriamente, alla “non registrazione”: non si può dimenticare ciò che non si è mai ricordato), a un certo momento sia emerso dal silenzio, e abbia rapidamente scalato la “classifica” dell’umana attenzione, raggiungendo le posizioni, di assoluto rilievo (anche se ancora inadeguate) che occupa al giorno d’oggi. In genere viene prima il ricordo, poi la dimenticanza, stavolta sembra essere accaduto il contrario. Come mai?

Il “popolo martire”, così, è diventato molto ‘famoso’. Ma è sicuro che ciò sia un bene? Non può darsi che l’enfatizzazione del martirio abbia in realtà oscurato la ‘vera’ realtà dell’ebraismo? In fin dei conti, la Shoah non rientra certo nella storia di ciò che quel popolo ha ‘fatto’, ma di ciò che esso ha subito. Ha, certamente, un’importanza essenziale nella sua definizione identitaria, ma ce l’ha soprattutto “in negativo”, come oscuro riflesso dell’atteggiamento malato che verso di esso hanno le altre genti. Se la “luce delle nazioni” è stata coperta di nero catrame, ciò è stata una scelta degli ‘altri’, non degli ebrei.

Altra ‘fama’ di dubbia utilità è l’evidente sovraesposizione mediatica dei conflitti mediorientali, che vedono Israele coinvolto come protagonista, a volte, ancora, nel ruolo di vittima, ma altre volte anche come soggetto attivo. Trattandosi di uno scenario militare circoscritto in un’aerea geografica ristretta e alquanto periferica rispetto alle grandi potenze o alle nazioni di maggiore importanza e ricchezza, è evidente che l’informazione su tali problematiche, secondo un metodo comparativo (ove mai sia possibile usarlo per tali questioni), appare esuberante. Tale  informazione, purtroppo, com’è noto, è sovente distorta e manipolata, ma, al di là di questo, ci sarebbe da chiedersi come mai le “guerre degli ebrei” suscitino tanta curiosità. Ed è un bene, ancora, che il popolo ebraico, alla sua dubbia fama di “popolo martire”, aggiunga e affianchi quella, altrettanto discutibile, di “popolo guerriero”?

Insomma, sembra che l’ebraismo, caso unico al mondo, rappresenti un argomento per il quale le stesse dimensioni (al di là della qualità) dell’informazione, e gli stessi criteri di selezione dei suoi aspetti oggetto di indagine rappresenti, di per sé un ‘problema’. L’ebraismo emerge, di per sé, non solo e tanto come un fenomeno, ma soprattutto come un ‘problema’. Una ‘questione’, la “questione ebraica”.

A cercare di spiegare come e perché ciò accada, e cosa sia questa tormentata ‘questione’, arriva oggi un libro (un altro libro! ma, stavolta, ne fare certamente la pena) che segna davvero una pietra miliare sul terreno, uno spartiacque sul piano non solo della scienza, ma, direi, anche della giustizia e della morale: La questione ebraica nella società postmoderna. Un itinerario fra storia e microstoria, di Emanuele Calò (Napoli, ESI, 2023, con prefazione di Ruth Dureghello). Ne parleremo nelle prossime puntate.

Francesco Lucrezi, storico