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IN THE SHADOW OF THE CAESARS 14. L’arte negata

IN THE SHADOW OF THE CAESARS 14. L’arte negata

Una parte che mi è sembrata particolarmente interessante del libro di Samuele Rocca In the Shadow of the Caesars. Jewish Life in Roman Italy è quella dedicata alle testimonianze riguardo all’esercizio dell’arte figurativa all’interno delle comunità ebraiche nell’Italia romana.

L’autore, anche appoggiandosi a un ricco ed elegante materiale iconografico riprodotto nel volume, dimostra che tale pratica fu larga, diffusa e di alta qualità, e non può essere ignorata o sottovalutata, venendo considerata un fenomeno minoritario o di eccezione. Esistono diversi manufatti, affreschi, bassorilievi, mosaici e decorazioni (basti pensare alle famose immagini delle catacombe di Vigna Randanini o di Villa Torlonia), di varie epoche e località, che attestano in modo inequivocabile l’esistenza di maestranze artistiche ebraiche di alto livello, i cui prodotti, giunti fino a noi, arricchiscono la storia dell’arte del nostro Paese, e forniscono prove suggestive ed eloquenti del modo di vivere e di esprimersi degli ebrei nell’Italia dei primi secoli dell’era volgare. E non si tratta di un fenomeno limitato alla nostra penisola, dal momento che testimonianze analoghe sono presenti anche in altre località (particolarmente noti, fra gli altri, gli affreschi della sinagoga di Dura-Europos, in Siria).

Tali immagini appaiono in contraddizione, com’è noto, con la tradizionale iconoclastia della religione ebraica, che, sulla base – si ritiene – di un’interpretazione estensiva del secondo Comandamento del Decalogo, farebbe divieto non solo di raffigurare immagini del Signore, ma anche, in assoluto, di effettuare qualsiasi rappresentazione della realtà di tipo figurativo. Tale interpretazione allargata, però, non c’è sempre stata, né è sempre stata condivisa, anche se è poi diventata un tratto caratterizzante e costante nelle vita delle comunità ebraiche nel Medio Evo e nell’età moderna, fino al XIX e, soprattutto, al XX secolo. Nell’ambito della haskalah, l’emancipazione ebraica, alcuni ebrei, già nell’’800, cominciarono, com’è noto, a praticare la pittura, per assimilarsi, anche in questo, ai gentili, e la tendenza diventò molto diffusa nel secolo scorso, che è stato profondamente segnato, in Europa e, soprattutto, in America, dal contributo di artisti di origine ebraica (che, dall’antico divieto di immagini, hanno ricavato inedite possibilità di espressione sul piano del linguaggio astratto e informale).

Rocca, attraverso un’analisi accurata e originale, spiega che la “jewish art in roman Italy” sarebbe stata segnata da una sorta di lungo, latente ‘conflitto’, che egli sintetizza con la sigla “nonfigurative versus figurative trends” (p. 209). “The first dominant trend, present in Hsmonean and Herodian Judea, was nonfigurative. There, in the wake of the Maccabean Revolt, local artistic production was influenced by a strict interpretation of the Second Commandment prohibiting the depiction of human figures and animals” (pp. 209s.). Ma, già a partire dal terzo secolo A.E.V., si sarebbe affermato, nella diaspora ellenistica, soprattutto intorno alla metropoli di Alessandria d’Egitto (ove, com’è noto, viveva una numerosa e influente comunità ebraica, per molti aspetti contrapposta e  rivale di quella di Giudea), una diversa tendenza culturale, favorevole all’uso delle immagini – adoperate, fra l’altro, per illustrare i manoscritti dell’edizione greca della Bibbia -, che avrebbe poi anche influenzato la prima arte figurativa cristiana.

I due “trend”, argomenta Rocca, si sarebbero a lungo contrapposti, ma avrebbero conosciuto anche dei periodi di osmosi e coesistenza, come attestano, fra l’altro, alcune testimonianze provenienti da Pompei, risalenti agli anni precedenti all’eruzione del Vesuvio.

L’analisi di Rocca, molto ben documentata,  è di grande interesse, e non c’è lo spazio per commentarla analiticamente in questa sede. Mi limito, al riguardo, ad avanzare una ipotesi sulla radice del conflitto – nell’ebraismo dell’antico mondo romano – tra uso e rifiuto dell’arte figurativa, e sulla prevalenza – nelle età successive, fino al XIX-XX secolo, dell’idea del rifiuto. Non è detto, a mio avviso, che l’iconoclastia dipendesse da una interpretazione rigorosa del Secondo Comandamento, in quanto può darsi che tale motivazione religiosa sia stata non la causa, ma l’effetto di una scelta di fondo che poteva avere altre ragioni, essenzialmente due, succedutesi nel tempo.

Una prima ragione può essere stata l’esigenza di affermare l’identità ebraica come quella del “popolo del Libro”, legato alla custodia e trasmissione della scrittura. Tale esigenza avrebbe indotto a far concentrare l’impegno culturale sull’attenzione alle lettere – che sono anch’esse delle immagini -, tanto nella loro concatenazione espositiva, e quindi nel loro significato, quanto nella loro individualità, come mero “segno significante”, o “segno tout court”. Le immagini figurative avrebbero distratto da tale concentrazione, e sarebbero quindi state rifiutate, basando il rifiuto sulla “strict interpretation of the Second Commandment”.

La seconda ragione sarebbe emersa dopo la distruzione del Tempio, la definitiva condanna all’esilio e, soprattutto, la nascita e l’incremento dell’antisemitismo cristiano. Costretti a vivere dispersi, disarmati e circondati da pregiudizio e sospetto, gli ebrei avrebbero avvertito l’esigenza di “non dare nell’occhio”, di non farsi notare. Suscitare ammirazione, o invidia, per avere creato bellezze artistiche avrebbe facilmente potuto alimentare reazioni negative. Meglio evitarlo, e fare in modo che nessuno lo facesse, trasformando tale misura “precauzionale”, attraverso la “strict interpretation”, in un rigido precetto religioso (che, in realtà, non esisteva, e non esiste: qualcuno potrebbe forse osare negare l’ebraicità e anche la religiosità di Chagall?).

Ma si tratta solo di un’ipotesi.

 

Francesco Lucrezi, storico