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IN THE SHADOW OF THE CAESARS 5. Dopo Paolo

IN THE SHADOW OF THJE CAESARS 5. Dopo Paolo

 

Abbiamo detto, nelle scorse puntate di questo rapporto sugli ebrei nell’Italia romana (una riflessione intorno al libro di Samuele Rocca “In the Shadows of the Caesars. Jewish Life in Roman Italy”), che la cd. ‘diversità ebraica’ comincia con Paolo di Tarso, per essere poi definitivamente suggellata da Costantino.

A Paolo, che può essere considerato il vero creatore del cristianesimo, com’è noto, si deve l’idea della ‘gemmazione’ della nuova religione dall’antica, della fioritura del Novus dal Vetus Israel. Il ramo dell’olivastro, innestato nel santo tronco dell’olivo, ne assorbe la santità, e la fa sua. “Se la radice è santa, anche il ramo è santo”. Ma si tratterà di una santità, naturalmente, ben diversa, proveniente da Cristo e aperta a tutte le genti. La Torah, che aveva svolto la sua divina funzione di trasmettere la fede mosaica fino alla venuta del Messia, aveva ormai esaurito il suo compito. “Siete morti alla Legge”, e non perché la Legge sia qualcosa di cattivo, ma, semplicemente, perché è ormai superata. Il Messia è arrivato, ed è molto di più del semplice “unto del Signore” che gli ebrei avevano tanto a lungo atteso. È il figlio di Dio. È morto per la salvezza dell’umanità, ma tornerà. Quando? Presto, prestissimo: Paolo e si suoi compagni lo vedranno da viventi.

Il discorso dell’atteggiamento di Paolo nei confronti della religione mosaica non può essere interpretato al di fuori della visione escatologica dell’apostolo delle genti. I tempi ormai volgono al termine, il ritorno del figlio di Dio segna la fine della storia, e, con essa, di tutte le differenze tra gli uomini. Come scritto nella lettera ai Galati, non c’è più, perciò, né ebreo né gentile, né libero né schiavo, né maschio né femmina.

Non è corretto vedere in questa negazione dell’identità ebraica un atteggiamento neanche velatamente antisemita, perché si tratta di qualcosa di diverso. L’ebraismo è stato santo, ma ora non serve più, perché ogni differenza ha perso il suo significato. Se in Paolo è dato di leggere un linguaggio violento e sprezzante, ciò avviene nei confronti delle donne, non degli ebrei.

Tutto il pensiero paolino è inserito in quest’ottica escatologica, da “ultimi giorni”, e il predicatore non si pose mai il problema di cosa sarebbe accaduto se il figlio dell’Uomo avesse tardato a fare ritorno.

In realtà il cristianesimo non nasce propriamente con Paolo, ma quando i suoi successori, in Asia minore, circa trenta o quarant’anni dopo la morte di Gesù, dovettero fare i conti con la realtà che il Messia non era tornato. È allora che il cristianesimo e la Chiesa cambiano la loro natura, trasformando la loro funzione di attesa di una imminente, immediata fine della storia in quella di raccolta, educazione e organizzazione del nuovo popolo di Dio, che, ancora minoritario nel mondo pagano, è ora chiamato ad annunciare a tutte le genti il nuovo Verbo. La fine dei tempi viene spostata in un futuro lontano e indeterminato. L’impegno profuso dagli uomini di Chiesa per la costruzione di un solido potere terreno fa ben capire, a tutti, che non c’è alcuna necessità che la storia finisca. Non c’è nessuna fretta.

Se l’ebraismo si era formato e trasmesso come ortoprassia, un insieme di comportamenti, il cristianesimo si forma e trasmette come ortodossia, un insieme di verità di fede. Le ‘verità’ considerate false e devianti saranno stroncate con violenza, sotto il nome – prima sconosciuto – di eresie. La fede nei vecchi dèi “falsi e bugiardi” sarà guardata con scherno e dileggio, come patetica scoria di un tempo passato. Ma che fare di quel popolo, di quell’osservanza che aveva permesso, con la sua millenaria fedeltà, la venuta, in Terra d’Israele, del Messia, nato dalla progenie di Davide? Accomunarli, sul piano umano e dottrinale, agli eretici, ai pagani, e combatterli, o disprezzarli, in quanto tali? No, non era possibile. Si trattava, di qualcosa, appunto, di ‘diverso’.

È in questo momento che nasce, nel mondo romano, la ‘diversità’ ebraica, nel segno dell’intrinseca ambiguità di un rapporto padre-figlio che vede il figlio diventare rapidamente tanto più forte e potente del padre. Il figlio eredita il patrimonio del padre, ma il padre non lo riconosce. E, soprattutto, non intende morire. Ma come si fa a ereditare da un de cuius ancora in vita? Eppure, è anche lo stesso figlio a volere che il padre non muoia, perché dovrà rendere evidente, con la sua miseria, debolezza e vecchiezza, chi, dei due, è in errore, e chi nella verità.

Tale diversità, si potrebbe dire, è qualcosa che esiste nella visione cristiana, non certo in quella ebraica. Ma ciò non è del tutto vero, perché questa visione deformante condizionò profondamente – e non poteva essere diversamente – anche l’autopercezione degli ebrei (già profondamente colpita dalle catastrofi delle due guerre del 66-70 e 133-135 E.V.).

Ne parleremo nella prossima puntata.

 

(continua)

 

Francesco Lucrezi, storico