Karl Marx e il suo superbo prodotto, il marxismo, avevano o hanno qualche rapporto con l’ebraismo? A prima vista no, dice il drammaturgo. San Paolo deifica un uomo, sostiene, mentre Marx deificherebbe la società. E’ una soluzione di comodo? Marx, che discende da una impressionante dinastia di Rabbini, si ‘aggrapperebbe’ all’ebraismo, trasponendolo nell’ambito di quanto è temporale, materiale e sociale. D-o diventa la società, la società diventa D-o , tant’è che ha le sue leggi immanenti. Qui l’autore non erra, ma bisogna rinviare a un altro ebreo come Karl Popper (1902 – 1994) anche lui jekke, anche lui ex, che gli è speculare nella misura in cui gli attribuisce torto (marcio). Leggo che “Marx sostituisce al popolo ebraico eletto e al contempo perseguitato, bandito e disprezzato, il proletariato sfruttato, dal quale verrà la salvezza, il nuovo Messia: la società senza classi e senza Stato, dove l’uomo uscito dall’alienazione, prenderà possesso di se stesso, della sua libertà. Anche il comunismo ha i suoi credenti”. Dopodiché, le strutture, chiesa e partito, finirebbero per essere l’esatto contrario di quanto predicano (F.D. Sur Israel, Albin Michel, 1977, p. 42 ss.).
Ecco il rapporto fra sociologia e letteratura; se così non fosse, si potrebbe prescindere dal ricorso a un drammaturgo. Non so se sia esatto, lui dice di no (p. 45 ss.) ma non si può negare che sia molto più ameno. Eppoi, gli svizzeri sono ontologicamente neutrali.