Fra le funzioni che ha assolto Silvio Berlusconi, potrebbe esservi stata anche quella del capro espiatorio: i suoi difetti e (diciamo) i suoi problemi non erano un suo monopolio, ma erano diffusi. Il famoso e ricorrente conflitto d’interessi, costituito dal parallelismo fra funzione pubblica e funzione economica, era visibile anche in altri partiti, ed era visibile da sempre, eppure veniva rinfacciato soprattutto a lui, con la sola differenza che nel suo caso era più visibile, e quindi trasparente. Il ruolo del capro espiatorio, nel mito, nella religione, nella società, poteva essere, nell’umanesimo, quello di spostare i fulmini ed anatemi, dall’essere umano alla bestia, rendendo meno bestiale l’umanità. Ora che i cinghiali fanno parte del paesaggio urbano, qualche dubbio potremmo porcelo. Se dal punto di vista brutalmente fisico, il ruolo di capro espiatorio (un’incarnazione del male) ha danneggiato il Cavaliere, sul piano politico ne accrebbe il ruolo e la dimensione. Accusarlo di essere l’incarnazione del male, ha finito per svuotare culturalmente i suoi avversari, perché ha impedito di metterne in luce i difetti politici, tutti sovrastati dalla riconduzione dell’uomo a una dimensione pressoché mistica e quindi difficile, se non addirittura impossibile, da mettere in discussione. Non esisteva politicamente Berlusconi quando si poteva leggere che “Il fascismo ha fatto infiniti danni”ma uno dei danni più grossi che ha fatto è stato quello di lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti, alle generazioni successive anche più decisamente antifasciste (a parole, e nella loro più intima e sincera convinzione). Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di squalificazione dell’avversario per distruggerlo” ( Renzo De Felice a Michael Ledeen, Intervista sul fascismo, Laterza, Bari, 1975, p. 7). La lezione da trarre dall’epopea berlusconiana potrebbe essere quella di esaminare tutta l’esistenza con minore acredine e con un maggior impegno nello studio. Ecco, questo è un vizio che dovremmo contrarre: l’amore per lo studio, che comporta un prezzo altissimo da pagare, e un minor tasso d’acredine, se vogliamo addivenire al dolorosissimo esito di capire, di voler capire. Chi penserà mai al Kohelet nel disquisirne? Eppure, sarebbe facilissimo.