IN THE SHADOW OF THE CAESARS 2. Judeophbia versus Xenophobia
Nel quarto paragrafo dell’Introduzione al suo libro “In the Shadow of the Caesars. Jewish Life in Roman Italy”, intitolato “Judeophbia versus Xenophobia”, Samuele Rocca affronta un problema molto importante e delicato, quale quello delle varie caratterizzazioni e manifestazioni dell’ostilità antiebraica nel mondo antico e nel mondo moderno, e anche dei diversi nomi con i quali esse vengono chiamate (antisemitismo, giudeofobia, antigiudaismo, antiebraismo). Affronta, inoltre, i collegamenti esistenti tra tali specifiche forme di odio e pregiudizio (che appaiono rivolte specificamente contro gli ebrei, collettivamente o individualmente intesi, oppure contro un qualsiasi prodotto umano – un libro, un quadro, un’idea… – che sia in qualche modo, a torto o ragione, ritenuto di origine ebraica, o comunque collegabile, in qualsiasi modio, a degli ebrei) e altri tipi di pregiudiziale avversione, di più vasta portata, che colpiscono quasi sempre anche gli ebrei, ma non soltanto loro (razzismo, xenofobia, misoxemia e altri).
Nella sua ricognizione, Rocca passa in rassegna le argomentazioni di molti dei principali studiosi che si sono occupati di tali problemi, per chiedersi in che misura le loro argomentazioni si possano utilizzare per un’analisi della realtà degli umori circolanti nel mondo romano nei confronti specificamente degli ebrei e, più, in generale, degli stranieri o dei ‘diversi’. L’analisi dell’autore è molto precisa e accurata, e fornisce delle chiavi di lettura senz’altro utili per l’interpretazione storica.
Anch’io mi sono occupato, in più di una occasione, di tali problemi, e le pagine di Rocca mi hanno dato lo spunto per tornare sulle mie riflessioni, incrociandole con le sue, oltre che con le visioni di altri studiosi.
Cercando di sintetizzare al massimo le mie idee al riguardo, mi limito a fare sei brevi considerazioni.
- Quanto ai vari termini adoperati per indicare l’ostilità antiebraica (antisemitismo, giudeofobia ecc.), ho scritto, e confermo, che si tratta di un argomento che non mi appassiona molto. So bene che, tra le varie parole, ci sono differenze semantiche significative, che alcune di esse hanno un’accezione prevalentemente religiosa, mentre altre contengono riferimenti razziali o etnici o di altro tipo ancora. Tali sfumature linguistiche, però, sono sempre inadeguate a chiudere in un unico recinto l’ostilità antiebraica, perché le pulsioni negative espresse dai vari vocaboli vanno trasbordano sempre, inevitabilmente, da tali confini. È decisamente impossibile trovare un soggetto o un atteggiamento del quale si possa dire, per esempio, che è antisemita, ma non giudeofobico. O, quanto meno, del quale si possa escludere che diventerà anche l’altra cosa, non appena se ne dia l’occasione. Come ho scritto una volta, quella dell’antisemitismo è una storia di cose, non di parole.
- Se i pretesti dell’ostilità antiebraica sono infiniti, e sempre mutevoli (sono diversi, si circoncidono, liberano gli schiavi, non onorano gli dèi, hanno ucciso Gesù, sono ricchi, sono poveri, sono comunisti, sono capitalisti, si lasciano uccidere senza opporre resistenza, sono spietati assassini di bambini ecc.), queste vesti esteriori non hanno nulla in comune con il nocciolo duro, l’essenza interiore del fenomeno, che è assolutamente autoreferenziale. Ogni abito può essere facilmente abbandonato per indossarne un altro, ma cambierà solo la forma, non la sostanza. E spiegare le ragioni di questa radice comune è molto difficile, perché si tratta di qualcosa di opaco, incistato, sotterraneo. Non uso la parola ‘mistero’, perché la storia non ha misteri, ma ha problemi che attendono ancora di essere compresi. Ma è difficile comprendere qualcosa che continua a trasformarsi innanzi agli occhi dell’osservatore. Per tornare all’immagine hegeliana, adoperata nella scorsa puntata, della nòttola di Minerva, non è ancora arrivata la sera. Gli occhi dell’uccello notturno non possono ancora distinguere bene cosa stanno guardando, se non per ombre confuse.
- La parola ‘antisemitismo’, come ho scritto in altra sede, è probabilmente l’unico termine negativo, in tutte le lingue del mondo, per il quale non esiste il corrispondente positivo, che, logicamente, dovrebbe ad esso precedere. I semiti, e il semitismo, semplicemente, non esistono. Gli antisemiti, e l’antisemitismo, invece, purtroppo, sono ben reali.
- Il vocabolo ‘positivo’ dell’antiebraismo, invece, ovviamente, esiste. Ma, anche su questo piano, è da registrare un fenomeno molto strano, dal momento che, se l’ebraismo (o ciò che, a torto o a ragione, di ritiene essere ebraico) cambia continuamente, anche in modo molto profondo, l’essenza dell’antiebraismo resta sempre identica. Cos’hanno in comune, per esempio, un ebreo del Medio Evo, o dell’Est europeo dell’800 o della prima metà del ‘900, la cui vita (spesso misera, errabonda e precaria) era pressoché interamente segnata dal rispetto delle regole dell’halachah, e cui rapporti col mondo dei gentili erano ridotti al minimo, e un nipote o pronipote di ebrei osservanti dell’Europa o dell’America dei nostri giorni, completamente assimilato, cristiano o ateo, che la parola halachah, magari, non ricorda neanche cosa significhi? Eppure, possono entrambi essere oggetto, nell’identico modo, della medesima freccia avvelenata, essere individuati ed etichettati nelle solite categorie collettive, sempre diverse e sempre uguali (i deicidi, le lobby ebraiche ecc.).
- Il rapporto tra antisemitismo e razzismo è ambiguo. I due concetti possono sovrapporsi molto facilmente, com’è noto, ma possono anche essere in contrapposizione. È sotto gli occhi di tutti come, al giorno d’oggi, siano attivi dei movimenti cd. antirazzisti profondamente antisemiti.
- Un’ultima considerazione, riguardante, segnatamente, la realtà dell’Italia romana, oggetto dello studio di Rocca. Ho sempre sostenuto che il concetto di antisemitismo (non la parola, che, com’è noto, fu coniata nell’800) nasce col cristianesimo, nell’ambito del tortuoso e controverso distacco del ‘Verus Israel’ dalla sua “santa radice”. Ma l’ostilità antiebraica cristiana trova un terreno fertile e fecondo nella diffusa antipatia nutrita, per tante ragioni, dai romani pagani nei confronti degli ebrei, testimoniata, per esempio, da note pagine di autori quali Cicerone, Ovidio, Tacito. In che misura tale avversione segna di sé la “Jewish life in Roman Italy”? E quali sono i suoi legami con la sistematica, violenta ripugnanza di matrice cristiana? Sono due domande che non ammettono risposte nette, e per le quali il libro di Rocca offre spunti di alto interesse, sui quali sarà necessario riflettere.
Francesco Lucrezi, storico