L’occhio di Dio
Da alcuni giorni, come è stato notato e denunciato, nel giardino dell’Ambasciata iraniana a Roma fa bella mostra di sé un’alta forca, assolutamente uguale a quelle che, da sempre e dovunque, vengono adoperate per le impiccagioni: un alto palo verticale, alla sommità del quale è fissata una corta trave orizzontale (a cui legare la corda), e poi ancora una terza trave, che fissa, in diagonale, la trave orizzontale al palo. Forse nell’Ambasciata si preparano a impiccare qualche funzionario infedele? In fin dei conti potrebbero farlo, è casa loro. Ma forse no, la forca serve ad altro, perché ad essa è appesa, anziché il cadavere di un impiccato, una telecamera, il cui occhio penetrante e sospettoso è indirizzato al di là del muro di cinta della rappresentanza diplomatica, per scrutare, evidentemente, coloro che si trovano a sostare lì fuori.
Il significato dell’operazione è chiarissimo. Chi osi manifestare davanti all’Ambasciata deve essere ben consapevole che l’occhio lo guarda. E le immagini riprese dall’occhio verranno registrate e poi esaminate attentamente, e qualcuno provvederà a identificare le persone. E i gesti di questi individui non resteranno senza conseguenze. Solo negli ultimi mesi, decine di soggetti – per lo più giovani – sono stati impiccati in Iran, e per molti di loro l’accusa era “inimicizia verso Dio”. Dato che la Repubblica islamica, ovviamente, è il regno di Dio in terra, è ovvio che chi manifesta contro di essa è anche nemico di Dio. Gli spetta quindi il meritato castigo. Chi sa dove, chi sa quando, ma il castigo arriverà. L’occhio vede, ed è l’occhio di Dio. E Dio non perdona, non può farlo, altrimenti diventerebbe anch’egli nemico di se stesso, e questo non andrebbe bene.
Questo gesto, da parte della Repubblica islamica, non sorprende. Da sempre, da quando è nata – dopo il 1933, credo che il 1979 sia la data più funesta della storia dell’umanità -, interpreta le norme del diritto internazionale in modo alquanto originale. Le Ambasciate degli altri sono un covo di spie, ma possono comunque servire, per rapirne il personale e chiedere in cambio un bel po’ di soldi. Le Ambasciate proprie servono per mettere bombe, ammazzare gente, assassinare magistrati ficcanaso ecc. Loro sono fatti così, se qualcuno non l’ha ancora capito è un problema suo.
Di tutto si può accusare il regime di Teheran, ma non di ipocrisia. Non nascondono la loro natura, i loro propositi. E sanno ben distinguere tra i loro vari interlocutori. Ci sono quelli che li combattono (pochissimi), quelli che li ammirano (anche questi piuttosto pochi), quelli che di loro non se ne importano niente, ma li usano, in quanto nemici dei loro nemici (parecchi), e quelli che non li apprezzano, li criticano sottovoce, ma ne subiscono comunque la presenza, senza fare nulla, perché tanto ci sono, e nulla si può fare (e poi, comunque, meglio tenerseli buoni, così, magari le bombe le riservano a qualcun altro: la grande maggioranza).
I dirigenti iraniani sono degli assassini fanatici, ma non sono stupidi. Sanno distinguere tra i loro “non amici”. L’occhio di Dio non lo avrebbero messo in un’altra capitale. Ma in Italia sì, perché sanno bene che ci sono tre tipologie di “homo Italicus”. La prima, molto diffusa, è quella del don Abbondio che se ne va passeggiando “bel bello” col suo messale in mano, e, avvistati i bravi, mantiene gli occhi fissi sul libro, per cercare di evitare lo sgradevole incontro. E, dopo avere ricevuto il messaggio, rivolge la sua stizza non contro don Rodrigo, ma contro quei due sconsiderati di Renzo e Lucia, che, con la loro fissazione di volersi sposare, creano grane al povero curato. La seconda è quella, un tempo molto in voga, del macho duro e fiero, dalla mascella volitiva, che non la fa passare liscia a nessuno: “Spezzeremo le reni all’Iran!”. Ma è una tipologia passata di moda. È vero che alcuni di coloro che hanno vinto le elezioni amavano questo modello, ma ora non possono darlo a vedere, per una serie di ragioni. La terza è quella, da sempre minoritaria, della persona seria.
Venuto meno l’“homo Italicus” numero due, restano l’uno e il tre. Il tre convocherebbe immediatamente l’Ambasciatore iraniano, dicendogli: “Eccellenza, Le do 12 ore di tempo per levare quello schifo o per fare le valige e tornarsene nel Suo Paese”. L’uno biascicherà invece lamentele contro quegli scocciatori dei manifestanti, che, con le loro manie, gli procurano grane e grattacapi. La Repubblica islamica, evidentemente, confida nella prevalenza di uno.
Signora Presidente del Consiglio, Signor Vice-Presidente e Ministro degli Esteri, hanno ragione?
Francesco Lucrezi, storico