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Il buono, il brutto, il cattivo

David Morrison: “Why the Jewish community has so diligently sought to document the rescue activity of non – jews and has not hesitated to label them “heroes” while assidously avoiding such efforts when rescue by jews is concerned is a fascinating question. By ignoring the heroic actions of some jews, we bypass the uncomfortable necessity of characterizing  contrasting behaviour. There is no reason to deny Jewish history its heroes” (Perché la comunità ebraica abbia così diligentemente cercato di documentare l’attività di salvataggio dei non ebrei e non abbia esitato ad etichettarli come “eroi” mentre evitava assiduamente tali sforzi quando si trattava del salvataggio da parte di ebrei è una domanda affascinante. Ignorando le azioni eroiche di alcuni ebrei, evitiamo la scomoda necessità di caratterizzare comportamenti contrastanti. Non c’è motivo di negare alla storia ebraica i suoi eroi”).

In Israel, c’è Yad Vashem, in Italia Gariwo, e anche qui c’è largo spazio per quesiti affascinanti, ma perché privare il prossimo del piacere di svilupparli, per attrarli (invece) egoisticamente, tutti o pressoché, alla bulimia linguistico – dialettica del sottoscritto?

Alla luce dei consigli (libri coperti da libri e riduzione dei dibattiti a non meglio definite “critiche costruttive”) non sarebbe uno sforzo eccessivo rifarsi ad un asse quasi psicoanalitico fra l’ectoplasma del Bund e la feroce vitalità sionista. Certo, sono tutte ipotesi: ma perché privare (sempre, e anche qui) tanto prossimo arguto ma spesso e volentieri sopito, dell’obbligo di porsi domande? Il saggio, il cattivo,  il semplice, e colui che non sa porre domande: che non sia, sempre e comunque, lo spirito dell’Haggadà, a guidarci nella ricerca di risposte plausibili? Infine, non era stato nel 1966 Sergio Leone a suggerirci (Il buono, il brutto, il cativo) di bucare i nostri vecchi testi per non cambiare nulla del contesto?