Dall’antica Grecia in poi si può essere democratici (è una convenzione, le cose sono in realtà un poco più complicate) ma per essere fascisti bisogna fermarsi, a ritroso, al 1919. Tornando all’argomento al quale è intitolato questo pezzo, nei giorni scorsi, in occasione del 25 aprile, si è dibattuto molto di antifascismo, e gli argomenti sono stati così persuasivi che molti fascisti hanno deciso di aderirvi. Si discute la paternità della frase “i fascisti si dividono in due: fascisti e antifascisti”; non sarà vero che sia di Ennio Flaiano, ma era così bravo e simpatico che non resisto alla tentazione di attribuirgliela.
Nel dopoguerra, l’antifascismo consentì al PCI di unire sotto le sue bandiere milioni di italiani per combattere il fascismo, i quali fascisti così acquisirono il discutibile merito di accrescere i consensi di Palmiro Togliatti, il quale si disobbligò arruolando come suo capo gabinetto il democraticissimo ex Presidente del Tribunale della Razza. Senza il nemico, la vita diventa complicata, ma anche se viene meno il cliente; per dire, se elimini la povertà devi pregare che ti votino i ricchi, perché sennò è dura.
“Il fascismo ha fatto infiniti danni” diceva Renzo De Felice a Michael Ledeen “ma uno dei danni più grossi che ha fatto è stato quello di lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti, alle generazioni successive anche più decisamente antifasciste (a parole, e nella loro più intima e sincera convinzione). Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di squalificazione dell’avversario per distruggerlo” (Intervista sul fascismo, Laterza,Bari, 1975, p. 7).
Una riflessione stimolante, se non altro perché negare la legittimità dell’avversario è un gioco pericoloso, laddove spinga l’interlocutore al di fuori del sistema che ci consente di vivere liberi, il sistema democratico.