PESSIMISMO 2
Morire per Kiev
Ho anticipato, nel mio pezzo di martedì scorso, che avrei illustrato le ragioni che mi inducono, sul piano del quadro politico generale, a essere molto, ma molto pessimista, e ho annunciato gli argomenti che avrei esposto, a sostegno di queste mie fosche previsioni.
Il primo che ho nominato è stato l’Ucraina. Al di là dell’angoscia nel vedere e sentire, ogni giorno, sui vari media, notizie terribili di eccidi e distruzioni, a poca distanza da casa nostra (fatti che ci vengono anche raccontati in prima persona dalle molte domestiche e badanti ucraine che vivono fra noi, molte delle quali hanno subito dei lutti, o non sanno se i figli al fronte, nel momento in cui parlano con noi, sono ancora vivi), tutto mi lascia pensare che questa guerra, quando finirà (perché tutto, prima o poi, finisce), finirà male, molto male.
Quali sono, infatti, le possibili soluzioni? Che “i nostri” vincano, e l’invasore sia ricacciato nei propri confini? Impossibile pensarlo, la Russia e i suoi molti alleati non potrebbero mai permettersi un’umiliazione simile, e i gerarchi sanno bene che ne andrebbe della loro permanenza al potere e, probabilmente, della loro vita. La Federazione Russa è dotata di migliaia di ogive nucleari, se messa spalle al muro, le userebbe (anche perché è quasi sicuro che l’Occidente, invece, non reagirebbe sullo stesso piano, a meno che non venisse direttamente attaccato, cosa molto improbabile).
Impensabile un colpo di sato che deponga lo zar, e lo sostituisca con una persona equilibrata: non si vedono alternative, quelli intorno a Putin sembrano ancora peggiori.
Allora si potrebbe ipotizzare una soluzione di compromessa, quella pace “giusta e onorevole” di cui tanti vanno velleitariamente parlando? Ma quale sarebbe questa soluzione? Consegnare all’invasore parte del territorio ucraino, infischiandosene della sovranità nazionale e della volontà delle popolazioni? A parte il fatto che una siffatta soluzione contraddirebbe ciò che le autorità russe, ai massimi livelli, hanno sempre detto sulle vere ragioni della guerra (denazificazione, purificazione dai gay, l’Ucraina non esiste, l’Europa scomparirà ecc.), sarebbe forse una buona soluzione? Il mondo sarebbe più sicuro, nel momento in cui venisse ufficialmente sancito il principio che, con la forza, ci si può prendere quello che si vuole? Di fronte a un’aggressione militare e a un’invasione, non esiste possibilità di compromesso, e, se anche esistesse, sarebbe sempre un cedere alla violenza.
Si può allora pensare che vincano gli invasori? Questo, certo, sarebbe possibile. La Russia è molto più forte dell’Ucraina, e, anche se, sul terreno, sta facendo una figuraccia terribile, prima o poi dovrebbe prevalere. Non dimentichiamo che, al di là delle armi, può contare su due vantaggi formidabili rispetto all’America e all’Europa: l’assenza di una libera pubblica opinione e la disponibilità pressoché illimitata di uomini da mandare al massacro. Cosa cambia tra fare morire duecentomila soldati o due milioni? Nulla.
Gode inoltre del sostegno massiccio, sempre più esplicito e manifesto, di tutte quelle grandi potenze mondiali (Cina, India, Brasile) che dell’Ucraina e della Russia non se ne importano nulla (Russia e Cina sono sempre state nemiche storiche, e, al di là dei sorrisi di facciata, le cose non dovrebbero essere cambiate), ma che sono guidate da un sentimento di fondo, radicato e duro a morire, che è l’antioccidentalismo, o meglio, l’antiamericanismo. Un sentimento che sembrava sopito dopo la caduta del Muro di Berlino, la dissoluzione dell’impero sovietico e la prima Guerra del Golfo, ma che è ora riemerso con grande forza, al Nord e al Sud, in Oriente come in Occidente. “Bisogna creare un nuovo ordine mondiale”, “porre termine all’egemonia statunitense” ecc. ecc. E, per farlo, bombe a volontà, città distrutte, civili trucidati, fosse comuni eccetera. Il nuovo ordine mondiale sta già cominciando, sembra molto promettente.
Il sostegno alla causa ucraina da parte dell’opinione pubblica occidentale diventa invece sempre più debole e incerto. Molti, per le più svariate ragioni, vorrebbero farla finita, e la parola “pace” viene ripetuta sempre più volte, disgiunta da qualsiasi fastidiosa e pignola precisazione sul “come” raggiungerla. L’intrinseca ambiguità di questa parola permette oggi di usarla per camuffare, sotto un termine apparentemente nobile, un concetto antico e ben conosciuto: “chi ce lo fa fare? Facciamoci i fatti nostri”.
Nonostante le pesantissime perdite subite dalla Federazione russa in termini di vite umane, le mozioni di condanna delle Nazioni Unite e la sentenza contro Putin da parte della Corte di Giustizia internazionale, tutto lascia pensare che la Russia potrebbe vincere, “denazificare” l’Ucraina e annettersela, per poi pensare a ulteriori mosse.
Molti sarebbero contenti, anche in Italia. Come, nel ’39, ci si chiedeva se valesse la pena morire per Danzica, oggi ci si chiede: morire per Kiev?
Per me – da bravo pessimista – sarebbe una terribile sciagura, e non solo in termini morali, ma anche di banale interesse. Non finirebbe certo lì.
Francesco Lucrezi, storico