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La recherche d’un auteur (presque) perdu: Dov Ber Borochov

Quando trasferisci i libri da una parte all’altra, scopri come operi velenosa la rimozione. Avevi dinanzi Joyce e non lo volevi vedere, avevi davanti Guez e nell’ansia di ritrovarlo, lo vedevi e non lo vedevi, e così via. Ma era davvero rimozione, era davvero ansia oppure capita che in quel mare immenso, dove le onde depositano vecchi libri, sia impossibile orientarsi? Provate a pescare non un pesce bensì “quel” pesce, e avranno buon gioco a dirti che sei fuori di testa.

Poi c’è il caso di quell’autore che è stato trascurato, talvolta a stregua di un flacone di medicine che andavano per forza assunte ma che sono state dimenticate. Ne consegue un  piccolo male, preceduto dalla non velata minaccia di un gran male.  Tutto ciò per dire che ho al mio cospetto un libercolo ciclostilato, nella cui copertina si legge: “Ber Borochov La lutte des classes et la question nationale, 1964″. Sopra, una ignota mano pietosa ha scritto in italiano “La lotta di classi e la questione nazionale“, come se il francese non fosse una lingua latina bensì qualcosa di astruso che trovi nella Stele di Rosetta (e come se la versione italiana fosse stata curata da Jean-François Champollion). Ciò mi ricorda la borgesiana Biblioteca de Babel “dove mezzo millennio addietro il capo dell’esagono superiore si imbattè in un libro confuso quanto gli altri, ma che aveva quasi due fogli di linee omogenee. Mostrò il suo ritrovamento a un decifratore ambulante, che gli disse che erano stati redatti in portoghese; altri gli dissero che erano in yiddish. Prima che trascorresse un secolo si stabilì quale fosse la lingua: un dialetto samoyedo-lituano del guaraní, con inflessioni dall’arabo classico“.

José Ortega y Gasset (Misión del Bibliotecario) sosteneva che  l’uomo non può muovere un solo passo senza giustificarlo dinanzi al proprio intimo tribunale, ponendo un problema attuale: l’intelligenza artificiale si limiterà a fornire responsi oppure riterrà di corredarli di giustificazioni? (sì, Caio deve morire, ma è giusto che ciò accada, laddove “è giusto che ciò accada”  potrebbe applicarsi sia per le condanne che per le assoluzioni). Forse è stato Ortega y Gasset a suggerire dall’oltretomba  all’Unione europea che “gli stessi elementi e le stesse tecniche che alimentano i benefici socio-economici dell’IA possono altresì comportare nuovi rischi o conseguenze negative per le persone fisiche o la società” prevedendo all’art. 13, par. 1, che “I sistemi di IA ad alto rischio sono progettati e sviluppati in modo tale da garantire che il loro funzionamento sia sufficientemente trasparente da consentire agli utenti di interpretare l’output del sistema e utilizzarlo adeguatamente. Sono garantiti un tipo e un livello di trasparenza adeguati, che consentano di conseguire il rispetto dei pertinenti obblighi dell’utente e del fornitore di cui al capo 3 del presente titolo” (Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale e modifica aòcuni atti legislativi dell’Unione, 21 aprile 2021). Ecco la risposta; la si trova fra considerando e considerando della proposta di regolamento europeo.

Il relitto ciclostilato menzionato all’inizio, debbo averlo attinto (rectius: trafugato) negli anni settanta da un centro giovanile, e mi azzardo a dire che si trattava con ogni certezza di res derelictas. Se ne discorro è perché trovo antipatico che si possa essere colti fino al limite delle proprie frontiere, ignorando quanto possa essere utile Dov Ber Borochov per la sinistra. Non ve ne parlerò perché agevolerei e incentiverei il pozzo nero culturale che lo ha colpevolmente inghiottito. L’ho citato a un esperto pochi giorni fa e me ne avvidi che la parola”esperto” andrebbe centellinata. Nel mio libro (ontologicamente, un manuale) appena uscito  (La questione ebraica nella società postmoderna  Itinerari fra storia e microstoria, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2023) ne ho abbondantemente parlato, e se lo faccio in questa sede è perché chi è esterno alle grandi case si trova ad arrampicarsi sull’Everest ad occhi bendati e con una mano legata dietro la spalla: molto scomodo. Però una cosa la dico: se in Italia qualcuno avesse dato ascolto a Borochov  (e non il solo benemerito Vincenzo Pinto) l’ebraismo italiano si troverebbe molto, ma molto meglio.