Leggo che un/a potenziale candidato/a a una carica importante sarebbe “esponente della Comunità Ebraica”; ma di nessuno si dice che è “esponente della comunità altrovistica”. Non è bene essere eccessivamente pignoli, ma forse è bene porsi delle domande, finanche sciocche, onde capire quale sia il loro tasso di sciocchezza e quale ne possa essere, di conseguenza, la loro collocazione finale. Nei vari dizionari, il termine esponente finisce per confluire nella rappresentanza. Certo, è una questione anfibologica, ma talvolta è anche la coperta accogliente di un eufemismo. Dire “nero” o “ebreo” non è così semplice come sembra, altrimenti l’Unione delle Comunità Israelitiche non sarebbe diventata Unione delle Comunità Ebraiche. Scrivere “esponente”, se da una parte toglie l’imbarazzo in superficie, al contempo lo fa riaffiorare in profondità, a seconda del richiamato quoziente di pignoleria o, se si inserisce un pizzico di autostima, del quoziente di cultura. Vi è, infine, una questione di fondo, che riguarda il pensiero per cui gli ebrei siamo/sono così compatti da far riferimento, anche in libri recenti e di autori/autrici affermatissimi, a “gli ebrei europei” che non hanno saputo cogliere (sic). Generalizzare, secondo i migliori autori (ma se mi date torto mi farà piacere, le critiche sono ben accette) è sinonimo di pregiudizio: non mi scandalizzo, però cercherei di essere più preciso, se non altro perché se non ho mai letto che “gli italiani non hanno saputo cogliere”, ci sarà una ragione. Poiché gli ebrei non sono né migliori né peggiori degli altri esseri umani e non sono né più compatti né meno compatti degli altri, né procedono tutti d’accordo come nei migliori/peggiori complotti, chiamare un ebreo o un’ebrea “esponente” mi appare inopportuno: se puoi scrivere “cattolico” (e non vedo il problema) puoi pure scrivere “ebrea/o” senza che, parimenti, vi siano controindicazioni. Talvolta mi hanno chiamato “esponente” della Comunità Ebraica e, quando lo hanno fatto, la mia mente è subito andata ad uno scaffale, ad un espositore, insomma, ad un piano sul quale si esponga qualche oggetto. Ma io non sono uno scaffale, e questo/a candidato/a di cui discorre la seconda testata nazionale non espone alcunché: è semplicemente ebreo/a . Quando usciamo allo scoperto, in un articolo, lasciamo gli eufemismi a casa, così non prendono freddo.