Vai al contenuto

Josep Borrell: L’onestà può far muovere passi avanti al processo di pace in Medio Oriente

(Josep Borrell è l’Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza)Mar 9, 2023

BRUXELLES – Troppe persone muoiono ogni settimana in Israele e nei Territori occupati palestinesi, a milioni vivono nella paura e nella disperazione. Il mondo ha risposto con troppe dichiarazioni e pochi fatti. Le cose devono cambiare. L’Unione Europea e la comunità internazionale in generale devono fare di più. Sappiamo che i cittadini in tutto il mondo si aspettano che ci battiamo e lavoriamo per la pace, la giustizia e il diritto internazionale ovunque. Ma affinché la nostra azione abbia successo, dobbiamo prima essere onesti con noi stessi e gli uni con gli altri.

Essere onesti significa riconoscere che l’estremismo sta crescendo da entrambe le parti. Attentati e violenze stanno costando la vita a molti israeliani. La violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania minaccia sempre più spesso la vita dei palestinesi e la loro sussistenza, quasi sempre nell’impunità. Non solo. Nelle operazioni militari israeliane di frequente perdono la vita civili palestinesi, spesso senza che i responsabili ne rispondano davvero; gli insediamenti illegali si stanno espandendo nei territori occupati e il delicato status quo dei luoghi santi si sta erodendo. Gli israeliani possono contare su uno Stato e su un esercito forti, i palestinesi no. Questa grande disparità nel controllo della propria vita è visibile a ogni posto di blocco. Tutti questi sono fatti e sono ostacoli alla pace.

Certo, i diversi attori europei reagiscono spesso in modo diverso a quanto accade nella regione. Ma questo non impedisce all’UE di agire. Quanto accaduto di recente allarma tutti e tutti condividiamo lo stesso obiettivo finale: vedere uno Stato di Israele sicuro, protetto e riconosciuto a livello globale che vive in pace accanto a uno Stato della Palestina sicuro, protetto e riconosciuto a livello globale. Questa soluzione permetterebbe a entrambe le parti di godere di libertà, prosperità e relazioni pacifiche con i propri vicini.

Anche i nostri interessi sono in gioco. Vogliamo la pace perché la fine del conflitto sarebbe molto meglio per la sicurezza internazionale. Vogliamo la pace perché riconosciamo il diritto all’esistenza di Israele e della Palestina e perché sosteniamo il diritto internazionale ovunque. Vogliamo la pace perché abbiamo legami con tutti i popoli della Terra Santa e perché ne beneficerebbero la stabilità e la prosperità regionale. E vogliamo la pace perché il terrorismo è una minaccia ovunque.

Ma mentre l’Unione Europea, l’Autorità Palestinese e una parte consistente dell’opinione pubblica israeliana sostengono la soluzione dei due Stati, Hamas non riconosce il diritto all’esistenza di Israele e l’accordo di coalizione dell’attuale governo israeliano nega il diritto dei palestinesi a un proprio Stato. In effetti, la destra israeliana nega sempre persino che esista un’occupazione.

È chiaro che né gli israeliani né i palestinesi sono pronti per la pace. Sul versante palestinese, manca unità e la legittimità democratica è insufficiente. Tutte le fazioni palestinesi dovranno rinunciare al terrorismo e superare le divisioni politiche. Sul versante israeliano, le priorità assolute devono essere mettere fine alla costruzione di insediamenti e alla violenza dei coloni, e un’offerta di negoziato per uno Stato palestinese indipendente.

Negli ultimi anni, la comunità internazionale non è riuscita a portare avanti sforzi concreti di pace tra le parti. I nostri amici americani hanno cercato a lungo di aiutare le parti a incontrarsi; i recenti accordi di normalizzazione tra Israele e alcuni dei suoi vicini arabi (gli accordi di Abramo) hanno dato un importante contributo alla stabilità regionale. Ma non hanno fatto avvicinare la pace israelo-palestinese di un millimetro. Sebbene gli Stati Uniti rimangano essenziali per il processo, non possiamo più lasciare il grosso del lavoro ai diplomatici americani. Piuttosto, abbiamo bisogno di uno sforzo realmente collettivo che includa gli Stati arabi, l’Europa, gli Stati Uniti e altri.

Dopo questa onesta ricostruzione dei fatti, cosa dobbiamo fare? Sopra ogni altra cosa, abbiamo bisogno di azioni internazionali più intense per creare una nuova dinamica di pace. Sebbene non possiamo costringere le parti a sedere al tavolo dei negoziati, possiamo preparare il terreno e aiutarle quando saranno pronte.

Nel 2013, l’UE aveva offerto un “pacchetto senza precedenti di sicurezza, sostegno economico e politico” se le parti avessero raggiunto un accordo di pace. In quest’ottica, ho incaricato il rappresentante speciale dell’UE Sven Koopmans di lavorare con la Commissione europea e gli Stati membri dell’UE per dare sostanza a quella proposta. Gli ho anche chiesto di sviluppare (insieme ai nostri partner) idee concrete per un processo regionale inclusivo che porti alla pace sia tra Israele e Palestina sia tra Israele e tutti i suoi vicini arabi.

Poi, a febbraio, ho incontrato il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, e il segretario generale della Lega Araba, Aboul Gheit, entrambi d’accordo a rilanciare e sviluppare l’Iniziativa araba di pace del 2002, e ad aggiungervi il pacchetto di pace europeo. In questo, lavoreremo a stretto contatto con altri partner arabi e internazionali.

Questo processo consiste nel delineare il modo in cui Israele e Palestina si integreranno nella regione se faranno la pace. Dobbiamo considerare che sicurezza, cooperazione politica ed economica la pace renderebbe possibili e come tutte le parti possono affrontare le sfide comuni relative all’acqua, all’energia, alle infrastrutture e al cambiamento climatico.

Questo è il momento di approfondire che contributo tutti noi possiamo dare alla pace israelo-palestinese, una volta che sarà raggiunta. Ovviamente, le offerte dell’Europa e degli altri si tradurranno in misure concrete solo se vi sarà un accordo di pace israelo-palestinese, e non dobbiamo avere la presunzione di pensare che le nostre promesse saranno sufficienti per arrivare a questo risultato. Tuttavia, è necessario fare qualcosa per fermare l’attuale spirale di violenza e noi possiamo avere un ruolo cruciale nell’aiutare le parti a riflettere sulle opzioni in campo.

Per essere chiari, non sto annunciando un’iniziativa di pace europea. In questo momento, ci stiamo semplicemente rivolgendo ad altri attori e valutando come prepararci al giorno in cui israeliani e palestinesi saranno pronti. Possiamo far sì che quel giorno sia più vicino dipingendo un quadro più chiaro di come sarebbe la pace regionale. L’onestà richiede la consapevolezza che non possiamo permetterci di aspettare ancora.

_____________________________________________________________________________

Fin qui l’autorevole opinione di Borrell. Il quadro che traccia, però, non persuade, perché l’Autorità palestinese al comando ora è la medesima che ebbe a rifiutare i piani di pace durante il premierato di Olmert nel 2008: perché dovrebbe cambiare atteggiamento a fronte di una situazione così deteriorata? Borrell parla di occupazione: gli epigoni di Monsieur de la Palice gli potrebbero dire che Gaza non è occupata da decenni e che la Cisgiordania/Giudea e Samaria potrebbero pure non essere occupate e, dulcis in fundo,  potremmo soggiungere che la fine dell’occupazione non sarebbe una buona ragione per cacciare gli ebrei, come si fece con la Transgiordania, dove non potevano mettere piede.   La posizione palestinese ha delle conseguenze severe sul quadro politico israeliano, e non occorre essere un politologo per prenderne atto. In circostanze diverse, le grandi potenze avrebbero potuto forzare la mano per porre fine a un conflitto lacerante, sia per ebrei e arabi che per il mondo intero. In questo contesto, il discorso di Borrell è debole, e lui dovrebbe essere il primo a saperlo: non dovrebbe aver appreso da qualche parte che rivolgersi alla sola buona volontà non è sufficiente? Nell’estate del 1969 Borrell ha lavorato come volontario presso il kibbutz Gal On in Israele, dove ha incontrato quella che sarebbe diventata sua moglie: possibile che abbia scordato tutto?  Se l’UE vuole la pace deve essere impopolare con quasi tutti: ne ha la voglia?  Se ignora che ogni pochi giorni viene ucciso qualche ebreo in Israele, pensa che ciò accresca la sua credibilità? Chi ha sparato pochi giorni fa in una Sinagoga e chi ha sparato alla folla in Tel Aviv? Siamo certi che sia sufficiente limitarsi a parlare dei coloni ? Quando discorre di violenze in Cisgordania mette nome e cognome, quando si tratta di farlo sulle violenze contro gli ebrei sembra che siano gli extraterrestri a provvedere. Inoltre Borrell dice che gli israeliani sono troppo forti: in Europa gli ebrei erano disarmati. Ne azzardo una: se fosse più equidistante la posizione di chi è contrario alla pace (anche fra gli ebrei) si indebolirebbe. Legga il Manzoni, Josep. (E.C.)