Sicuramente sapete come Jean-Jacques Rousseau quando era in viaggio verso Vincennes, riuscì a distruggere il mondo con le sue sole mani e con effetti che durano nel tempo, senza mai dare segni di stanchezza e, siccome ne siete al corrente, non vado oltre. Mi è accaduta la stessa cosa: sulla questione giudiziaria in Israele mi sono arrovellato per giorni (no, in realtà saranno stati sì e no trenta minuti) finché, dando un’occhiata ad un articolo su Harari, sono rimasto così colpito da giurare di non prendere più dolci per almeno un’altra mezz’ora. Insomma, per farla breve, sono successi diversi ‘eventi’:
Ho capito che c’erano alcuni indirizzi sopra le righe (diciamo) della magistratura suprema israeliana e reazioni contrarie che anziché affrontare le deviazioni, minavano le basi del sistema. A questo punto, non mi importa vedere chi ha colpa oppure chi ha più colpa, perché lo trovo un comportamento pericoloso, al limite, uno straw argument. Peggio: fare una guerra verbale per accertare le rispettive ragioni diventa la solita guerra nella guerra: dobbiamo per forza cascarci? Il metodo scientifico non si basava sul trial and error?
Ho letto Yuval Noah Harari, che consideravo uno banale, e invece ha detto esattamente quel che pensavo. Ora, non pensate che non sia arrivato a capire che se Harari la pensa come me vuol dire che se la passa malissimo, però questa consapevolezza non può impedirmi di concludere il discorso, giusto o stolto che sia; sta di fatto che Harari “ha suggerito che un potenziale lato positivo della guerra (in Ucraina) potrebbe essere la fine della guerra culturale all’interno dell’Occidente: sinistra contro destra, liberali contro conservatori, Fox News contro CNN..”
Conclusioni: nelle democrazie, ad esempio, in Italia, in Israele, negli USA, un poco ovunque, vi è una guerra feroce fra destra e sinistra che, nella misura in cui (come si diceva nel ’68) si svolge al di fuori del sistema, finisce per attentare contro la democrazia, che è basata sull’esistenza di un nocciolo duro di valori comuni. Ne abbiamo già disquisito in questa sede: i valori comuni da chiamare in causa, nel caso della giustizia israeliana, sono costituiti dalla separazione dei poteri e dall’indipendenza della magistratura. Non è ammissibile una lite destra – sinistra su questi due pilastri perché si tratta di valori non negoziabili sui quali poggia il sistema. Sarà pure possibile in questa storia, come in tante altre, di cercare di identificare il villano ma, così facendo, si finisce per smarrire e per espellere dal dibattito la sola cosa che ci interessa: il discorso sui core values. Come diceva Peppino De Filippo: ci siamo detti tutto. O pressoché. Perché bisognerebbe completare il discorso, dicendo che vi è una disputa morale, dove la destra accusa la sinistra di troppi amori proibiti e pochi amori per patria, famiglia e proprietà, mentre la sinistra accusa la destra di mancanza di amore per il prossimo. Mai una disputa sull’amore (e sul suo contrario) è stata così deleteria.
Emanuele Calò (c) riproduzione riservata