Vai al contenuto

IL DIRITTO ALLA GENITORIALITÀ DEL DETENUTO. IL CASO DI YIGAL AMIR. 3. L’assassino eroe.

IL DIRITTO ALLA GENITORIALITÀ DEL DETENUTO.

IL CASO DI YIGAL AMIR

 

3.- L’assassino eroe.

Amir, nato a Herzliya il 31 maggio del 1970, in una famiglia di ebrei ortodossi di origine yemenita, era un estremista di destra, studente dell’Università di Bar-Ilan, schierato con quei gruppi intransigenti contrari per principio a qualsiasi dialogo e concessione territoriale a favore degli arabi, nel quadro di un eventuale processo di pace. Va ricordato, riguardo alla collocazione politica del personaggio, che l’estrema destra israeliana, se ha molti punti in contato con movimenti analoghi europei e americani (quali il razzismo, la xenofobia, l’omofobia, il rifiuto dell’uguaglianza dei sessi, il culto della violenza ecc.), è caratterizzata da un ulteriore tratto specifico, che è la netta connotazione religiosa (o pseudo-religiosa), che ne alimenta il linguaggio e i comportamenti.

Com’ è noto, dopo una serie di colloqui tenuti inizialmente segreti, il governo d’Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (movimento fino ad allora considerato terroristico) sottoscrissero a Oslo, il 19 agosto 1993, una Dichiarazione di principi, basata sul mutuo riconoscimento e la reciproca condivisione di un percorso comune di pacificazione. Essa (resa possibile da molteplici fattori, tra cui i mutati equilibri politici internazionali, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, la vittoria della coalizione a guida statunitense contro l’Irak di Saddam Hussein e altro ancora) fu poi seguita, il 10 settembre, da uno scambio di lettere di reciproco riconoscimento tra le due parti e infine formalizzata con una solenne cerimonia alla Casa Bianca, il 13 settembre dello stesso anno, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, del premier israeliano Itzhak Rabin e del Presidente dell’OLP Yasser Arafat. Il 12 ottobre, pur persistendo l’OLP (che raccoglie tutti i Palestinesi, anche quelli della diaspora) come organizzazione, fu fondata l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), anch’essa presieduta da Arafat, preposta all’amministrazione civile di Gaza e della Cisgiordania. Rabin e Arafat, insieme al Ministro degli Esteri israeliano, Shimon Peres, in seguito, furono insigniti del premio Nobel per la pace (attribuito, certamente, in modo quanto meno prematuro).

L’accordo, salutato con soddisfazione da larga parte dell’opinione pubblica mondiale (schiuse, in particolare, la strada a molteplici riconoscimenti diplomatici di Israele e dell’OLP da parte di molti Paesi esteri, tra cui, particolarmente rilevante, per lo stato ebraico, quello della Santa Sede), scatenò una furiosa reazione da parte di alcune fazioni terroristiche palestinesi. I cd. Fratelli Musulmani, in particolare, colpirono Israele con una ripetuta serie di sanguinosi attentati suicidi contro la popolazione civile (nei confronti dei quali la reazione dell’OLP-ANP apparve decisamente blanda o ambigua).

Anche molti israeliani si dichiararono contrari, ma è importante sottolineare che i due tipi di opposizione non sono assimilabili.

Da parte palestinese non ci fu, infatti, alcun dibattito democratico che permettesse l’espressione di un civile dissenso, e l’avversione si manifestò esclusivamente attraverso la violenza terroristica, da parte di soggetti che agivano in clandestinità, e non contestavano questo o quel punto dell’accordo, ma rifiutavano per principio qualsiasi ipotesi di riconoscimento dello stato ebraico e di fine delle ostilità.

L’opposizione all’interno dell’opinione pubblica israeliana, da sempre avvezza a un aperto e vivace confronto democratico, spesso connotato da toni aspri e accesi, era invece molto articolata: alcuni si opponevano per mancanza di fiducia nell’ex nemico, divenuto improvvisamente interlocutore (argomento, come i fatti confermarono in seguito, non pretestuoso), altri per le modalità dell’intesa, altri per evitare lo smantellamento di alcuni insediamenti, altri ancora per obiezioni di tipo politico o religioso. La divisione attraversava gli stessi ambienti, le singole famiglie, e i dubbi e le paure erano diffusi anche tra i favorevoli agli accordi. Se la precedente pace con l’Egitto, sottoscritta il 17 settembre 1978, sempre a Camp David, tra Begin e Sadat, alla presenza di Carter, era stata accolta in Israele con giubilo, stavolta la speranza della pace si intrecciava a diffusi sentimenti di cautela, dubbio e preoccupazione. C’era la sensazione che fosse in corso una partita molto rischiosa, dal cui esito sarebbero potuti derivare grandi benefici, ma anche grandi danni.

Ma, soprattutto, se la grande maggioranza degli israeliani contrari, pur manifestando aspramente la propria opposizione, si esprimeva comunque con mezzi pacifici (ancorché con grande virulenza verbale), e dichiarava, almeno a parole, di accettare le regole della democrazia, una cospicua minoranza faceva invece aperta istigazione alla disobbedienza e all’uso della violenza contro i governanti d’Israele, accusati di tradimento. Proprio per sabotare gli accordi di Oslo l’estremista israeliano-statunitense Baruch Goldstein, nel 1994, massacrò 29 musulmani in preghiera presso la Tomba dei Patriarchi, a Hebron, ferendone altri 125. Non pochi dichiaravano che avrebbero resistito alle decisioni del governo anche con la forza, e un giovane estremista (oggi, purtroppo, Ministro d’Israele), esibì in televisione lo stemma ufficiale che aveva personalmente sottratto dall’automobile del premier, dicendo: “siamo arrivati alla sua auto, arriveremo a lui”.

Amir, chiaramente, era su questa lunghezza d’onda, e decise di passare dalle parole ai fatti. Il 4 novembre del 1995, dopo una manifestazione per la pace a Tel Aviv, in piazza Re d’Israele (dopo rinominata Piazza Rabin), raggiunse il premier e gli sparò alla schiena, uccidendolo, ferendo anche la sua guardia del corpo, Yoram Rubin.

Il Paese, insieme a buona parte del mondo, ammutolì.

Tutte le forze politiche israeliane, anche quelle di opposizione, condannarono con forza (almeno ufficialmente) l’assassinio. Da più parti (soprattutto dalla destra dello schieramento politico, forse anche per fugare dubbi sulle proprie posizioni) fu invocata l’applicazione della pena capitale (che, com’è noto, nell’intera storia di Israele è stata comminata una sola volta, il 31 maggio 1962, per il criminale nazista Adolf Eichmann). Niente, nel Paese, sarebbe mai più tornato come prima.

A termine di un processo durato dal gennaio al marzo 1996, l’assassino fu condannato all’ergastolo più 14 anni di prigione per omicidio, cospirazione (agì di concerto con suo fratello Hagai e un amico) e aggressione, con diverse circostanze aggravanti. Le perizie psichiatriche ne attestarono la perfetta lucidità mentale. Nel processo ammise la sua responsabilità (anche se disse che sua intenzione sarebbe stata solo quella di paralizzare la vittima, non di ucciderla), riconoscendo di avere violato la legge umana, ma si giustificò affermando di averlo fatto in ottemperanza alla superiore legge divina. Dichiarò, fra l’altro, di aver voluto, col suo gesto, impedire a una piccola minoranza di atei di trasformare il santo Israele in uno stato laico, uguale a tutti gli altri.

Né lui né il fratello (anch’egli condannato) hanno mai mostrato il minimo cenno di pentimento. Ha sempre continuato a indossare la kippà, il copricapo rituale degli ebrei osservanti. Il significato dell’indumento consiste nel ricordare all’uomo che ha un limite, e che, sopra di lui (quindi sopra la kippà), c’è il Signore che lo guarda e giudica. È quindi innanzitutto un segno di umiltà, e provoca profondo sconcerto vederlo esibito da chi ritiene di potersi addirittura sostituire all’Altissimo, privando un essere umano della vita (e violando non solo il sesto Comandamento, ma anche uno dei sette precetti noachidi, valevoli per tutta l’umanità).

Il gesto di Amir, e anche la sua blasfema profanazione dei simboli religiosi, continuano a suscitare sgomento, esecrazione e ripugnanza nella grande maggioranza dell’opinione pubblica israeliana ed ebraica, a livello mondiale. Ma non si può tacere che, agli occhi di altri (non molti, ma neanche tanto pochi), il terrorista, purtroppo, continua ad apparire un eroe. E piuttosto alta, in alcuni ambienti di estremisti religiosi (o, ripetiamo, pseudo-tali), è la percentuale di coloro che credono egli sia in realtà innocente, e che Rabin sia stato assassinato dai sevizi segreti.

Francesco Lucrezi, storico