Di recente è deceduto Maurizio Costanzo, un anchorman dotato di grande creatività, autore di lanci di personaggi e di programmi, il quale lancio si è sovente risolto in felici atterraggi in diverse aree di successo. Costui aveva doti magnetiche che combinavano un poco di grinta dei piccoletti e dei non magrissimi, a dimostrazione che la genialità ha tanti ingredienti e che i pretesi difetti, se si è bravi, diventano delle qualità, anche se tutto ciò ha un prezzo: non si è mai contenti e quindi si ha la tendenza a migliorarsi sempre. Tutto questo per ricordarvi che la domanda classica di Costanzo era: “cosa c’è dietro l’angolo?”
Ora, per sfortuna, sappiamo cosa ci sia realmente dietro l’angolo: nulla. Il nulla della postmodernità, il cui aedo, Jean-François Lyotard ebbe a discorrere del vuoto coperto dal trattino fra giudaico e cristiano: “La Voce lascia le sue lettere prive di vocali e prive di voce sulla pietra del deserto. Le lascia perché le pronunci un popolo affinché questo popolo possa gioire di essere stato prescelto. La Voce, che non è in alcun modo visibile, lascia le sue lettere, così che questo popolo, che trova conferma in questa protezione, possa andare avanti verso qualsiasi cosa lo attenda. E la voce, che è atemporale, obbliga il popolo a porre in essere quelle lettere. Il comandamento di agire mediante le lettere lasciate dalla Voce senza Storia, destina il popolo che riceve e accetta questo comandamento ad una storicità priva di precedenti nelle culture umane”.
Da dove scaturisce questa società “liquida”, che si contrappone ai solchi tracciati dalla storia? Biagio De Giovanni l’attribuisce al venir meno delle strutture tradizionali, come i sindacati, come le classi sociali intese come blocchi definiti e, infine, ai social media, che hanno mandato in rovina i giornali cartacei e non, lasciando come ruderi penosi le edicole urbane, muta testimonianza di un passato che non può tornare. Dal canto suo, per Zygmunt Bauman, sotto l’egida della modernità liquida, lo status di tutte le norme (comprese quelle sanitarie che ci tengono in vita) è stato severamente scosso ed è diventato fragile.
Altrimenti non si spiegherebbe, per dire, che “the pursuit of happiness” della Dichiarazione d’indipendenza americana, sia malamente sfociata, il 28 giugno 2012, nella Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha proclamato il 20 marzo come il Giorno Internazionale della Felicità (Resolution adopted by the General Assembly on 28 June 2012 [without reference to a Main Committee (A/66/L.48/Rev.1)] 66/281. International Day of Happiness; Resolution adopted by the General Assembly on 19 July 2011 [without reference to a Main Committee (A/65/L.86 and Add.1)] 65/309. Happiness: towards a holistic approach to development The General Assembly, Bearing in mind the purposes and principles of the United Nations, as set forth in the Charter of the United Nations, which include the promotion of the economic advancement and social progress of all peoples).
Sennonché, la Dichiarazione d’Indipendenza Americana discorreva di diritti inalienabili, tra i quali la vita, la libertà e la ricerca della felicità, mentre l’ONU si fa bastare il progresso economico e sociale, come si conviene ad un’organizzazione in cui le dittature sono maggioranza e dove la libertà non conta niente (a differenza dell’Unione europea, dove la mancanza di libertà fa venir meno il diritto di farne parte) mentre, ad esempio, per Karl Popper la libertà è più importante dell’eguaglianza.
Tutto ciò ci svela la società in cui viviamo, dove fra l’altare e le polveri non vi è soluzione di continuità, lasciandoci giusto la possibilità di confermare la risposta al quesito di Costanzo: dietro l’angolo vi è il nulla.
Emanuele Calò © riproduzione riservata