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L’Oblast autonoma ebraica tra “ricerca della felicità” e triste realtà  

L’Oblast autonoma ebraica tra “ricerca della felicità” e triste realtà

 

Nell’estremo oriente dello sconfinato territorio della Federazione Russa, a circa 600 chilometri da Vladivostok ed oltre 8000 da Mosca, sorge l’Oblast’ autonoma ebraica (OAE), un’entità territoriale creata da Stalin nel 1934 e, come il nome stesso suggerisce, pensata appositamente per la popolazione ebraica.
L’Oblast’ ha come capitale Birobidžan, una delle ultime fermate della celebre Transiberiana, conta quasi 170.000 abitanti e ha come lingue ufficiali il russo e lo yiddish. Con una superficie di oltre 36.000 km², l’OAE è notevolmente più grande di Israele ed è, quindi, il più grande territorio ebraico al mondo.

Alla sua fondazione, in piena consolidazione del potere sovietico, la popolazione ebraica in Russia veniva da secoli di vessazioni e maltrattamenti da parte del precedente regime imperiale. Gli ebrei erano stati obbligati a vivere nella cosiddetta “zona di residenza”, un territorio compreso tra la Lituania e l’Ucraina, in condizioni di estrema povertà e discriminazione. Soprattutto a partire dalle sciagurate leggi del maggio 1882 dell’Imperatore Alessandro III, le azioni di pulizia etnica anti-ebraica ed i pogrom sempre più frequenti causarono centinaia di migliaia di vittime innocenti. Una strage inutile e protratta nel tempo col beneplacito delle istituzioni imperiali, il cui odio anti-ebraico permetteva le peggiori atrocità.

Con l’instaurarsi dell’Unione Sovietica venne creato il Komzet, un comitato governativo per la reintroduzione e la stabilizzazione dei lavoratori ebrei nella società, con l’obiettivo di introdurli a pieno regime nei ritmi di produzione statale. Inizialmente si pensò di creare degli insediamenti agricoli permanenti nella penisola di Crimea ma, in seguito, si optò per il ripopolamento dell’attuale territorio dell’OAE, una remota regione al confine orientale con la Cina.

Negli anni, nonostante le difficili condizioni meteorologiche, le temperature rigide e la grande distanza dalle zone fino a quel momento da loro abitate, molte migliaia di ebrei si trasferirono (o furono forzatamente deportati) nell’area di Birobidžan, la cui popolazione crebbe di oltre 100.000 abitanti in appena un quindicennio. La vita seguiva ritmi e regimi prevalentemente agricoli e la popolazione viveva in condizioni di generale povertà. La macchina della propaganda sovietica, tuttavia, invitava gli ebrei russi a trasferirsi con la promessa di “un nuovo futuro, una nuova libertà, una nuova vita”: di quegli anni è il film Cercatori della felicità (Искатели счастья), in cui Birobidžan veniva sostanzialmente descritta come una nuova “terra di latte e miele”.

La realtà dei fatti, tuttavia, dimostra come fosse più un ghetto a cielo aperto, dove l’odio anti-ebraico non si placò e portò a nuove discriminazioni. La felicità ricercata era ben lontana da Birobidžan.

Ed oggi? Oggi l’OAE è un’entità basata principalmente sul settore primario e con una delle aspettative di vita più basse di tutta la Russia (68 anni, dieci in meno di Mosca). A partire dal 1991 si è assistito al fenomeno della repatriaziya, con migliaia di ebrei russi trasferitisi in Israele, in particolare nella città di Maʻalot-Taršiḥa. Israele è considerata non solo la “vera patria”, ma anche un territorio dove poter davvero “cercare la propria felicità” e ricominciare dopo decenni di soprusi.
Oggi gli ebrei dell’OAE non sono neanche 2000, meno dell’1% della popolazione regionale; lo yiddish è insegnato in sole tre scuole; la religione ebraica è professata da meno dello 0.2%: parlare di Oblast’ autonoma “ebraica”, a questo punto, sembra un concetto addirittura anacronistico. Numerosi storici, economisti e politici russi spingono per un accorpamento al Territorio di Khabarovsk e, quindi, per la soppressione dell’OAE, la quale ha perso la sua stessa ragion d’essere.

La regione di Birobidžan, fallito esperimento di epoca sovietica, territorio ebraico senza più ebrei, rappresenta una parentesi nella tragica storia degli ebrei di Russia. Una zona interamente dedicata al popolo ebraico, come Israele, ma abbandonata appena possibile non solo poiché povera e remota ma anche — e soprattutto — perché “artificialmente creata” e mai davvero sentita come patria.
In conclusione, per approfondire, si rimanda a Dove gli ebrei non ci sono dell’ebreo russo Masha Gessen per i tipi della Giuntina, opera del 2021 sul tema, sulle sue difficoltà e sulle sue tragiche storie.

Giacomo Antonio Lombardi, Studente di Giurisprudenza