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La macchina del tempo: la Dichiarazione Balfour secondo Martin Kramer (Mosaic, 31Ottobre 2019)

Secondo Kramer, gli storici hanno a lungo cercato di capire perché il gabinetto di Guerra del Primo Ministro David Lloyd George avesse messo al primo posto dell’agenda l’emanazione della Dichiarazione Balfour. Dopotutto, essa sembrava alquanto improbabile (sic) sia allora che adesso, e ciò era stato evidenziato da Arthur Koestler, che qualificò tale Dichiarazione a stregua di “un atto pericolosamente al di fuori della prudente routine diplomatica (..) non ortododossa, impolitica e bizzarra”. Quando la Gran Bretagna aprì i suoi archivi nel 1970, si vide che la Dichiarazione Balfour era tutt’altro che impolitica, perché il supporto per un focolare nazionale ebraico in Palestina avrebbe causato un’impressione positiva fra gli ebrei russi e americani, i quali sarebbero stati “tiepidi” nel loro sostegno alla guerra (su questa irreale opinione, vedi Paolo Mieli, Lampi sulla Storia. Intrecci fra passato e presente, Bur Rizzoli, Saggi, Milano, 2019, p. 298, nonché Emanuele Calò, La questione ebraica nella società postmoderna. Un itinerario fra storia e microstoria, ESI, Napoli, 2023, in corso di stampa). Inoltre, soggiunge Kramer, assumendosi il nobile onere (sic) di aiutare gli ebrei, i britannici si sarebbero liberati dalla promessa di condividere la Palestina con la Francia, come previsto nell’accordo Sykes – Picot del 1916. Di tutto ciò, Chaim Weizmann sarebbe stato pienamente consapevole, il quale sarebbe stato altrettanto consapevole che, a guerra finita, quelle britanniche si sarebbero rivelate per ciò che erano: promessa da marinaio. Lo storico Avi Shlaim si disse poi perplesso che, a fronte della presenza di 60mila ebrei contro seicentomila arabi, la Gran Bretagna riconoscesse i diritti di autodeterminazione ai soli ebrei. Eppure, la Dichiarazione era più che chiara: “a National home for the Jewish people” e quindi i destinatari non erano i soli 60mila ebrei ma gli ebrei di tutto il mondo.

Perspicuamente, Kramer nota che gli ebrei all’epoca non erano pochi e che i soli ebrei russi superavano in numero gli arabi palestinesi, transgiordani, siriani e libanesi. Lord Curzon, già vicerè britannico in India, descrisse la Palestina del 1882  come un piccolo Paese infertile, che  poteva ospitare soltanto piccole mandrie di capre e di pecore con qualche coltivazione sparsa, il che lo portò a scrivere al Gabinetto di Guerra nel 1917 che, con un territorio come il Galles, la Palestina non sarebbe stata in grado di ospitare tanta gente; ma Sir Mark Sykes fu in grado di ribattere con successo.

Durante il Mandato britannico soltanto 400 mila ebrei entrarono in Palestina, mentre sei milioni furono uccisi dai nazisti; eppure la Dichiarazione Balfour – annota Kramer – segna il momento in cui gli ebrei prendono il loro destino nelle proprie mani. Possiamo soggiungere che si discute ancora dei diritti degli ebrei sui territori che sono sulla loro giurisdizione e sui diritti dello Stato ebraico stesso; non sarebbe serio, però, che chi per secoli ha ospitato gli ebrei in una situazione obbrobriosa di semi schiavitù, quando anche i fanciulli potevano lanciare i sassi agli ebrei (senza che i bersagli avessero altro diritto che quello di scansarsi) sdottorasse sul diritto all’autodeterminazione territoriale del popolo ebraico in terra d’Israele. 

Emanuele Calò © riproduzione riservata