Musica e Shoah
1.
La prima cosa che devo precisare è che non tratterò subito il tema che dà il titolo al mio intervento: “Musica e Shoah”.
Tema, del resto, quanto mai spinoso e controverso. Perché difficilmente l’arte nelle sue rappresentazioni consuete può ‘rappresentare’ quello che è l’assolutamente irrappresentabile, ossia l’orrore che la Shoah è stata: lo sterminio di sei milioni di persone innocenti, che nulla avevano commesso, che non avevano nessuna colpa, se non quella di essere ebrei. Su questa espressione – essere ebrei – ritornerò.
Ma appunto la Shoah, nel suo orrore incommensurabile, è qualcosa di irrappresentabile. L’arte a cui siamo abituati, infatti – che sia la musica, la pittura, la letteratura ecc. – è volta a rappresentare, a ‘presentare’ qualcosa, che si offre alla nostra ragione o al nostro sentimento, in modo comprensibile pur se straordinario (si immagini una sinfonia classica; ma anche una bella canzone come quelle che siamo abituati ad ascoltare, che magari appare inconsueta, eppure alla fine comprensibile, godibile).
Niente di tutto questo è possibile di fronte alla Shoah – che è e resta del tutto incomprensibile. È impossibile, infatti, comprendere razionalmente come sia stato possibile che, appena nel secolo scorso, nel cuore della civilissima Europa, dal grembo della nazione che fino ad allora aveva dato frutti culturali di altissimo ingegno – in tutti i campi del sapere – sia potuto germinare e poi scoppiare con virulenza una visione delle cose così terrificante, tale da porre le basi per l’uccisione di milioni di persone inermi. E prima ancora del loro sterminio: la loro costante umiliazione, il loro sistematico oltraggio, il loro pervicace, violento, feroce maltrattamento.
Ecco perché, prima di entrare nel tema “Musica e Shoah”, vorrei fare un’operazione preliminare, secondo me indispensabile: cercare di allargare il nostro sguardo e tentare di capire, per quanto ci è possibile, da dove nasce il rifiuto secolare e viscerale verso gli ebrei – di cui la Shoah è l’effetto più drammatico, tragico, e ancora oggi per molti versi enigmatico per la sua assoluta mostruosità.
Anche perché non possiamo comprendere la musica in relazione alla cultura ebraica e specificamente alla Shoah se prima non facciamo questa digressione, che ci consenta di entrare dentro la cultura ebraica e vedere perché verso di essa si è prodotta nei secoli una avversione così irrazionale.
E dobbiamo farlo perché questa “giornata della memoria”, all’interno della quale si situa questo mio intervento, è volta non solo a ricordare la Shoah in quanto tale e a darci delle notizie storiche che certamente non vanno dimenticate, ma prim’ancora e prima di tutto, io credo, a suscitare in ciascuno di noi degli interrogativi lancinanti, dei soprassalti di sconcerto – appunto su come tutto questo sia potuto succedere, come si sia potuti arrivare ad un simile accadimento.
Al di là delle circostanze storiche. E ben al di là di cause “razziali”, come spesso si dice superficialmente ed erroneamente – visto che nel caso degli ebrei non si tratta affatto di un’altra razza: gli ebrei sono in tutto e per tutto simili a noi, nel colore della pelle, degli occhi, nei corpi, così come nelle pratiche quotidiane (sono medici, avvocati, commercianti, intellettuali ecc. esattamente come noi tutti). Sicché ridurre il problema a una questione di “razza” significa sbagliare e insieme mantenersi alla superficie del problema e risolverlo comodamente con una spiegazione, appunto, superficiale.
Alla base di un simile evento epocale non può esserci che qualcosa di decisivo e insieme sotterraneo, viscerale, oscuro. Che dobbiamo scandagliare.
Proprio per ri-cor-dare – alla lettera: ri-dare-al cuore – la Shoah.
2.
Allora la prima cosa che dobbiamo capire è che alla radice del rapporto con gli ebrei c’è lo scontro – nel caso della Shoah violentemente esploso – fra due modi di vedere la realtà radicalmente differenti: quello degli ebrei; e quello di noi altri appartenenti alla cosiddetta “cultura occidentale razionale”.
Due modi di vedere la realtà, due visioni del mondo, su cui ora andremo a soffermarci brevemente, tratteggiando un quadro generale che affonda fino alle origini della nostra cultura. Procedendo in modo piuttosto sintetico e senza troppi tecnicismi, e tuttavia con dei riferimenti precisi, che vanno attentamente seguiti, perché solo questo piccolo sforzo preliminare ci può far entrare dentro al problema di cui stiamo parlando.
Sottolineo che, in quello che ora dirò, seguirò alcuni spunti fondamentali provenienti dalla lezione di un grande filosofo ebreo vissuto nel secolo scorso: Vladimir Jankélévitch (1903-1985).
3.
Com’è noto, la nostra cultura occidentale è nata in terra greca, con Platone nel 4° secolo a.C. Ebbene, che cosa ci ha insegnato Platone, a proposito del mondo, delle cose, o meglio dell’essere in generale – lezione che ancora ci accompagna?
Platone partiva dalla convinzione che l’Essere del reale – che regge tutte le cose e noi stessi – sia l’ekphanestaton, ossia il più luminoso e dunque il più visibile all’occhio della mente umana. Ma questo che cosa significa, che cosa comporta? Che l’Essere del reale – potremmo dire anche Dio – è dicibile, è trasportabile nelle parole umane. Appunto perché esso si fa vedere dagli uomini, si rivela agli uomini. Come infatti accade con l’avvento del cristianesimo, che in molta parte riprende suggestioni platoniche: Dio si fa vedere, si rivela, attraverso il Figlio Gesù. E in questo farsi vedere garantisce agli uomini una patria sicura, dà loro la certezza di vivere su un terreno stabile, dà loro la sicurezza che tutto quanto è visto – con l’occhio della mente – è vero, incrollabilmente vero, perché fondato appunto nella Verità che Dio rappresenta e incarna.
Insomma il mondo diventa per gli uomini qualcosa di abitabile ed ospitale, dove ci si può sentire ‘a casa propria’ in assoluta sicurezza. Perché – come l’Essere in generale – anche e di conseguenza ogni più piccolo elemento della realtà può essere conosciuto e così afferrato dentro i concetti umani.
Da qui, peraltro, nascono le scienze. Ossia quei saperi che – come tutt’ora vediamo continuamente – entrano nei più riposti strati della realtà (per es. una cellula, un atomo, persino un frammento infinitesimale di atomo) per conoscerli, catturarli col pensiero e così poterli dominare. Appropriarsene, convinti di cogliere in questo modo l’intima verità del reale.
Tutto questo naturalmente ha dato luogo a enormi progressi per l’umanità – pensiamo soltanto alla medicina; ma anche a tutti gli strumenti tecnici di cui ci serviamo e che consentono grandi benefici (con lo smartphone possiamo parlare in questo momento con qualcuno all’altro capo del mondo; con l’aereo raggiungiamo in poche ore un luogo assai distante… e così via).
Insomma, questo modo di vedere e abitare il mondo – che nasce in quel lontano 4° secolo a.C. –, come dicevo prima, ancora ci accompagna: è il cammino sul quale noi uomini occidentali continuiamo a camminare. Ben convinti di possedere la verità in tutto quello che conosciamo e dunque di poter afferrare l’essere ultimo delle cose, della realtà.
4.
Ora volgiamoci, invece, verso la visione delle cose dell’ebreo. Essa è completamente diversa.
Per l’ebreo l’Essere del reale – ovvero Dio – non solo non è visibile, ma resta insuperabilmente invisibile. Chi vede il volto di Dio muore – si legge nell’Antico Testamento (“l’uomo non può vedermi e vivere”: Es, 33, 20). Sicché l’ebreo vive nella perenna attesa di un Messia che mostri Dio, lo faccia vedere. Ma ben sapendo che questa attesa non sarà mai appagata. Perché l’essere del reale è qualcosa che – per la sua incommensurabilità – sfugge e non può che sfuggire di continuo alle prese e alle parole degli uomini.
Naturalmente anche per gli ebrei Dio è pienezza inesauribile, ricchezza infinita di doni per l’uomo. Ma l’uomo rispetto a tale immensità, rispetto a Dio, lungi dall’essere “fatto a sua immagine e somiglianza” (come detta il cristianesimo), resta una creatura del tutto limitata, che mai può mettersi all’altezza di Dio, mai può pretendere di conoscerlo.
Semmai quella ricchezza proveniente da Dio è ciò che lo stimola ad un continuo andare avanti, ad un continuo rendersi degno di tale ricchezza, ad un continuo rigenerare il proprio modo di stare al mondo per testimoniare la presenza, sia pure invisibile, di quel Dio lontano e imperscrutabile. In una condizione di inesausta ricerca.
Di conseguenza il mondo, la realtà circostante, non sarà mai, per l’ebreo, una patria sicura, un domicilio garantito, bensì il luogo di un perenne peregrinare, di un insuperabile esilio, di una insormontabile incertezza. L’ebreo è la creatura errante per eccellenza. Egli vive in una condizione di movimento e spaesamento incessanti. Anche quando trova casa in una qualsivoglia parte del mondo. Una casa, dunque, che non diventa mai una vera ‘casa’: tale da conferire la sicurezza di avere alle spalle o sotto i piedi un suolo stabile e garantito. Qui “il tratto profondo dell’anima ebraica” – come dice Jankélévitch.
Beninteso, non che gli ebrei nel corso dei millenni non abbiano desiderato un suolo sicuro, una patria definitiva. Lo Stato di Israele oggi rappresenta questo.
Ma fin dall’inizio – con Abramo e poi con Mosè e poi andando avanti nei secoli – si può constatare che il popolo ebraico è sempre vissuto oscillando tra la ricerca della propria terra e l’attrazione per la vita nella diaspora. Basta pensare che persino il Talmud – uno dei testi sacri per eccellenza per gli ebrei insieme alla Torah – è opera degli ebrei rimasti a Babilonia, cioè la terra di una delle deportazioni e di uno degli esili (nel VI secolo a.C.) più importanti e significativi della storia ebraica.
Ecco perché l’identità dell’ebreo non è circoscrivibile dentro una frontiera chiusa, dentro una patria – come dice di nuovo Jankélévitch – “pianificata e razionalizzata […] gelosamente circoscritta nelle sue frontiere” e sicura di sé.
È come se l’ebreo, stando fra noi, lasciasse una parte di sé aperta e protesa, disseminata, verso un altrove irraggiungibile. Perciò l’ebraismo non è catturabile dentro i nostri schemi consueti, ma, al contrario, rappresenta un principio di inquietudine perenne, di perplessità costante, di apertura e mobilità, e dunque di slancio in avanti, di ricerca perennemente insoddisfatta – ma, proprio per questo, uno spirito di ricerca sempre attivo, sempre creativo, in modo inesausto.
Non dimentichiamoci che – non a caso e proprio per questo stimolo incessante verso la ricerca – molti degli ingegni più grandi della storia provengono dalla cultura ebraica.
A questo punto possiamo cogliere il punto cruciale, il nodo nevralgico, che ci interessa. Da quanto fin qui detto, infatti, si svela la scomoda, l’‘insopportabile’ diversità di cui l’ebreo è portatore. Egli porta in sé un principio di inquietudine, di mancanza di patria, di impossibilità di vivere in un luogo sicuro e saldo che, in realtà e a ben vedere, ci riguarda tutti.
Tutti infatti – se guardiamo bene, senza false e consolatorie sicurezze – siamo fragili creature, consegnate ad un incerto transito fra la vita e la morte, senza poter mai sapere perché siamo venuti al mondo e perché moriamo, perché arriviamo qui sulla terra da un vuoto precedente insondabile e perché in esso riprecipitiamo quando moriamo. Anche se proprio questa nostra fragilità è la fonte della nostra più dinamica creatività. Precisamente perché siamo mortali costruiamo cattedrali immortali – ossia opere d’arte, città, oggetti, che perdurano nei secoli ben al di là di noi: per sconfiggere la morte che ci assedia.
Dunque l’ebreo – con la sua sola presenza errante, spaesante – scuote gli altri uomini perché ricorda loro quel principio di mobilità che inquieta, nel profondo, tutti. In tal modo l’ebreo smantella, disinnesca, sgonfia, ogni certezza troppo sicura di sé.
Ma allora – ecco il punto – esattamente questo è ciò che fa apparire l’ebreo pericoloso, inviso agli occhi della “buona coscienza” che desidera invece solo la stabilità, la certezza di un Fondamento, la sicurezza di stare su un suolo sicuro e ben delimitato e di vivere con uomini perfettamente simili, identici.
Invece, è come se gli ebrei – col loro solo essere: appunto come dicevo all’inizio, l’essere ebrei – mettessero sotto gli occhi dei non ebrei qualcosa di ‘in-sopportabile’, che gli uomini in genere non vogliono ‘portare su sé’, non vogliono vedere e anzi hanno bisogno di strapparsi da davanti agli occhi: la mancanza di patria, la vulnerabilità, l’incertezza, lo stato di spaesamento che, nel fondo, costituisce tutti gli uomini – anche quando non se ne rendono conto.
Qui, allora, la causa vera da cui scaturisce la violenza sterminatrice verso gli ebrei: la Shoah. Precisamente la paura irrazionale, l’angoscia viscerale, il terrore occulto, che venga reso evidente qualcosa che fa crollare ogni certezza: quella condizione di non stabilità che gli ebrei, popolo errante per eccellenza, vivono prima di ogni altro; ma che, in realtà, riguarda, lo ripeto, tutti gli uomini nella loro sostanza ultima. Perciò andavano schiacciati con ferocia, senza mezzi termini, come animali indesiderati che vanno sterminati perché inoculano negli uomini il virus, ossia il senso, di una insicurezza profonda e insostenibile.
5.
Dentro questo quadro – a questo punto e solo a questo punto – possiamo capire il significato della musica per l’ebreo. Soprattutto – è bene precisarlo – per la mistica ebraica.
Innanzitutto, va detto subito che la musica è l’arte non rappresentativa per eccellenza: la pittura, la scultura rappresentano sempre qualcosa; la poesia, la letteratura in genere dicono sempre qualcosa di determinato… Non la musica. La musica non rappresenta un paesaggio, non descrive un volto, non racconta un evento. Tutt’al più evoca, allude indirettamente a qualcosa – non rappresenta. È un simbolo “iridescente, non trasparente” (secondo le parole di S. Langer).
E non solo. Mentre la pittura, la scultura, la poesia ecc. dànno corpo a forme stabili e durature, che resistono nel tempo, la musica no. La musica – non si pensi a quella registrata su supporto tecnico, ma alla musica dal vivo – è sempre uno sciame di suoni che appare, s’innalza nell’aria, per poi subito scomparire nel silenzio, dissolversi nel vuoto. Per sempre. Infatti la volta successiva, anche se la medesima musica viene ripetuta esattamente allo stesso modo, non sarà mai identica alla precedente, che resterà una singolarità unica e per sempre scomparsa.
Infine la musica, arte temporale per eccellenza, ogni volta mette in atto un movimento in avanti, un dinamismo che si protende – e che però non trova mai casa, non finisce mai con lo stabilizzarsi in qualcosa di solido. Appunto perché finisce con il dissolversi definitivamente in un silenzio inesorabile.
Come si può facilmente capire, sono esattamente queste caratteristiche che rendono la musica particolarmente idonea a esprimere quella visione delle cose, quella condizione di vita, di cui l’ebreo è maggiormente portatore: basata sulla consapevolezza della impossibilità di rappresentare l’essere delle cose, sulla consapevolezza della mancanza di un suolo sicuro su cui poggiare, ma proprio per questo sulla necessità di mettere in atto un movimento in avanti, un’erranza – per quanto precaria – incessante.
Per essere precisi, devo aggiungere che, nell’ebraismo tradizionale, la musica pura appena descritta era vista con una certa diffidenza, in quanto suscitatrice soprattutto di una gioia e di un godimento sensoriali, inaccettabili nella situazione di lutto vissuta dall’ebreo nell’esilio e nella deportazione.
E tuttavia questa è solo una parte del rapporto dell’ebreo con la musica. C’è un altro versante, di questo rapporto, che riflette intimamente la visione delle cose dell’ebreo prima profilata. Questo punto può essere colto in tutta la sua incisività se leggiamo una frase molto intensa di Janlélévitch (il filosofo il cui respiro filosofico attraversa il discorso qui presentato):
la musica attesta il fatto che l’essenziale in tutte le cose è un non so che di inafferrabile e di ineffabile; essa rafforza in noi la convinzione che, ecco, la cosa più importante del mondo è quella che non si può dire (QI, 247/ 201; cors. mio).
Si tratta di un nucleo concettuale centrale nel pensiero di questo filosofo, che non a caso gli ha dedicato un intero lavoro: La musica e l’ineffabile, richiamandosi tra l’altro alle migliori suggestioni della mistica. Ebbene, queste parole riverberano quello che la musica ha significato per gli ebrei – in particolare, lo preciso di nuovo, per le correnti mistiche dell’ebraismo: una delle modalità più importanti ed elevate per avvicinarsi a Dio, all’essere delle cose. Non dicendolo mai veramente, custodendolo alla sua ineffabilità, ma affidandosi a suoni che, nel loro incedere in avanti, nel loro inarcarsi elevandosi sul vuoto, attestano la presenza di Dio per il solo fatto di andare, appunto, verso di Lui, di protendersi, di elevarsi verso la sua infinità – pur sapendo di non poterlo mai raggiungere.
In questo senso – come ci ricorda un grande musicologo italiano ebreo, Enrico Fubini, parlando del chassidismo, una delle correnti mistiche ebraiche – “la musica può avvicinare Dio in modo più diretto e più profondo rispetto ai canali più istituzionali dei testi liturgici. […] il puro canto […] assume il valore di preghiera, di contatto diretto con la divinità, al di là e al di sopra di qualsiasi parola […] il canto […] può diventare, nel pensiero chassidico, il simbolo di questa preghiera primigenia capace di spezzare ogni vincolo, ritrovando lo slancio e l’efficacia originaria”. Al di là di ogni parola conoscitiva.
E che così stiano le cose lo dimostra anche una grande opera d’arte musicale del primo ‘900: il Mosè e Aronne del compositore austriaco ebreo Arnold Schönberg. Un’opera certamente complessa e per molti versi difficile, ma insieme di grande profondità e intensità. Dalla quale, se non ci si fa spaventare dalla sua complessità, si può trarre un grande insegnamento.
In breve, nell’opera è descritto il conflitto fra Aronne, fratello di Mosè e primo sacerdote del popolo ebraico, che pretende o quantomeno vorrebbe dire Dio per farlo conoscere al popolo ebraico, e Mosè che, invece, nel dialogo con Aronne, ad un certo punto esclama: “Oh parola, tu parola, che mi manchi”. Una frase dal significato inequivoco: Dio, l’essere delle cose, è e resta – e deve restare – ineffabile, non catturabile dalle parole umane. Proprio per attestare – e non profanare, non tentare di violare catturandola – la sua infinità. Ma al contempo l’opera sta a dirci anche che, proprio per questo, proprio perché incatturabile, verso quell’essere occorre incessantemente protendersi, elevarsi.
6.
Tutto questo spiega anche l’importanza della musica nei campi di concentramento. Com’è testimoniato ormai da diversi documenti ritrovati. Intorno ai quali è nata una ricerca molto accurata, che ha recuperato vari spartiti musicali e testi di canti scritti nelle orribili baracche e strutture carcerarie dei deportati. Molti di questi testi musicali sono adesso disponibili e si possono ascoltare, perché alcuni gruppi ebraici li hanno eseguiti e incisi.
Sono musiche e canti di grande intensità e di grande struggimento, che probabilmente non venivano neanche effettivamente eseguiti – data la condizione di assoluta costrizione e disumanizzazione nella quale i deportati erano tenuti –, ma che sono stati scritti per custodire un ultimo, esile, filamento di dignità e umanità.
Testi ai quali ci si deve accostare, dunque, con infinito tatto, quasi in punta di piedi, per non violarli: sono i canti di perseguitati, destinati ad una morte orribile e inesorabile. Ma dei quali si può capire, appunto, tutta l’importanza. Se la musica, ossia “il puro canto – come diceva Fubini – assume il valore di preghiera, di contatto diretto con la divinità, al di là e al di sopra di qualsiasi parola” conoscitiva, si può comprendere come la musica sia stata uno dei pochissimi sollievi, uno dei rarissimi spiragli di conforto, per persone che vivevano in condizioni così tragiche e hanno perduto la vita così orribilmente.
Qui, dunque, il connubio fra “Musica e Shoah” che ho tentato qui di affrontare, per ri-cor-dare – ri-dare-al cuore in questa “giornata della memoria” – la Shoah.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ESSENZIALI
Fubini E., La musica nella tradizione ebraica, Einaudi, Torino 1994.
Id., Musica e canto nella mistica ebraica, Giuntina, Firenze 2012.
Id., Musica ed estetica nel mondo ebraico chassidico, in D. Calabrò (a cura di), La passione del pensiero. Scritti in onore di Enrica Lisciani-Petrini, Quodlibet, Macerata 2021.
Jankélévitch V., La musique et l’ineffable, A. Colin, Paris 1961; trad. it. a cura di E. Lisciani-Petrini, La musica e l’ineffabile, Bompiani, Milano 1998.
Id., Quelque part dans l’inachevé, Flammarion, Paris 1978; trad. it. a cura di E. Lisciani-Petrini, Da qualche parte nell’incompiuto, Einaudi, Torino 2012.
Id., La coscienza ebraica, trad. it. (di vari saggi pubblicati in diverse sedi francesi) a cura di Daniel Vogelman, Giuntina, Firenze 1986.
Id., Une vie en toutes lettres, a cura di F. Schwab, L. Levi, Paris 1995.
Langer S. K., Philosophy in a New Key. A Study in the Symbolism of Reason, Rite, and Art, New American Library, New York 1949; trad. it. Filosofia in una nuova chiave. Linguaggio, mito, rito, arte, Armando, Roma 1972.
Lisciani-Petrini E., Il suono incrinato. Musica e filosofia nel primo Novecento, Einaudi, Torino 2021.
Enrica Lisciani Petrini, Professoressa di filosofa
(testo della relazione pronunciata in occasione della manifestazione per il Giorno della Memoria organizzata dal CIRB [Centro
Interuniversitario di Ricerca Bioetica] il 27/1/2023, presso la sala dell’Accademia Pontaniana di Napoli)