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L’insostenibile leggerezza di “dover essere” ebrei

L’appartenenza al Popolo ebraico può ben intendersi in senso halachico, ma ciò non è in grado di esaurire il significato delle relazioni che costituiscono l’ordito di rapporti con questa alterità dalla natura ancipite, prossima e trascendente.
Le declinazioni di una appartenenza si manifestano, fosse anche per negarla, attraverso un complesso prisma di stati che, lungi da essere un’ontologia, riflettono il rapporto del soggetto con la società.
In questo gioco di rifrazione è, dunque, piuttosto consueto che il senso dell’appartenenza venga rinegoziato con quella altrui, soprattutto ove gli attributi all’Io che si interroga riguardano una storia che nei secoli ha attraversato identità e luoghi molto diversi, errando e facendo esperienza della condivisione, della persecuzione, della sopraffazione e finanche del tentativo di soppressione fisica e morale.
In questo contesto, essere ebrei può finire per eccedere i significanti della propria complessa appartenenza per divenire preda, quale possibile forma di coercizione, dell’eterosignificazione altrui.
Il pregiudizio e lo stereotipo non sono che forme maldestre di un meccanismo più complesso, che può mirare a sottrarre identità per il tramite di una sottile attribuzione di significati che tentano di avvelenare la radice stessa dell’appartenenza, costringendo a continuamente giustificarsi, difendersi o aderire al dover essere imposto dall’altro, alle sue visioni politiche, religiose ed etiche, pena lo stigma sociale e il severo giudizio, espresso senza sentire la necessità dell’esperienza.
In ciò l’antisemitismo può essere inteso quale metonimia della sopraffazione, male sottile che avvelena i pozzi e inquina i rapporti sociali, profanando il Volto dell’Altro, la sua radicale trascendenza.
Il dover essere è il continuo banco di prova su cui l’essere è costretto a giustificarsi, un fardello di insostenibile leggerezza, che impone a tutti vigilanza, poiché non individua una questione meramente relativizzabile; si tratta di una metafora, attuale e problematica, della nostra Umanità.
Francesco Ferrara, giurista