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Il genocidio e i suoi giurati

  • Opinioni

da: QUILLETTE 24 Settembre 2026

Nel 1967, gli intellettuali di sinistra accusarono l’America di genocidio in Vietnam: si sbagliavano allora e si sbagliano di nuovo oggi. Tuttavia, nessuno intendeva delegittimare gli USA, mentre oggigiorno si delegittima Israele. E’ la persecuzione antisemita con altri mezzi (G.H.).

In un pomeriggio di novembre del 1967, presso una sala di Roskilde, in Danimarca, un gruppo composto dai più celebri intellettuali di sinistra del mondo emise un verdetto unanime durante la seconda sessione del suo “Tribunale internazionale sui crimini di guerra”: il governo degli Stati Uniti stava perpetrando un genocidio contro il popolo del Vietnam. L’evento era stato organizzato da Bertrand Russell, mentre Jean-Paul Sartre aveva dedicato mesi alla costruzione dell’impianto accusatorio. Gli investigatori del tribunale avevano compiuto cinque missioni conoscitive in Vietnam, raccogliendo testimonianze e documenti e redigendo rapporti su ogni aspetto della vicenda: dalle origini dell’intervento americano all’impiego di bombe a frammentazione fino alla distruzione di aree civili.

Quando il tribunale si riunì per la prima sessione a Stoccolma, nel maggio del 1967, gli organizzatori avevano già raccolto il lavoro di oltre 150 attivisti e investigatori. Sartre aprì i lavori, mentre Simone de Beauvoir faceva parte della giuria. Nei mesi successivi, il tribunale esaminò rapporti provenienti dal Vietnam e dalla Cambogia, ascoltò testimonianze di civili vietnamiti e prese in esame prove relative ai bombardamenti americani, alle torture, agli sfollamenti forzati e ai maltrattamenti dei prigionieri. Bertrand Russell — ormai novantacinquenne e troppo fragile per presenziare di persona — fece leggere il suo discorso in sua assenza. In seguito, nell’introduzione agli atti pubblicati, scrisse:

Spero che i popoli del Terzo Mondo traggano coraggio dall’esempio dei vietnamiti e contribuiscano ulteriormente a smantellare l’impero americano. È il tentativo di creare imperi a generare crimini di guerra poiché, come ci hanno ricordato anche i nazisti, gli imperi si fondano sulla convinzione, profondamente radicata e presuntuosa, di una superiorità razziale e di una missione voluta da Dio. Una volta che si arriva a considerare i popoli coloniali come *Untermenschen* — termine americano corrispondente a “gooks” — si distrugge il fondamento di ogni codice di condotta civile.
Il tribunale fu finanziato dal governo del Vietnam del Nord; Russell ne aveva fatto richiesta personalmente a Ho Chi Minh. L’attivista politico Staughton Lynd — promotore della “Marcia su Washington” del 1965 e fermo oppositore della guerra — rifiutò l’invito di Russell a far parte del tribunale, non appena gli fu chiarito che né Russell né gli altri membri avrebbero indagato sulle atrocità commesse dai Viet Cong. Gli fu spiegato che la violenza degli oppressi non poteva essere giudicata secondo gli stessi criteri applicati alla violenza degli oppressori. Come ricordò Lynd in un saggio pubblicato quello stesso anno sulla rivista *Liberation*:

Nel corso del colloquio con l’emissario che mi aveva rivolto l’invito, insistetti affinché i presunti crimini di guerra commessi da qualsiasi parte in conflitto venissero sottoposti al vaglio del Tribunale. Dopotutto – sostenevo – un “crimine” è un’azione intrinsecamente sbagliata, a prescindere da chi la compia. […] Chiesi: “E se venisse dimostrato che il Fronte di Liberazione Nazionale del Vietnam del Sud tortura prigionieri disarmati?”. La risposta, per come la intesi io, fu: “È giustificato qualsiasi atto serva a ricacciare in mare l’aggressore imperialista”. Rifiutai l’invito a far parte del Tribunale.
Sartre riteneva che la distruzione causata dalla guerra dimostrasse l’intenzione degli Stati Uniti di annientare il popolo vietnamita. Tuttavia, era consapevole che il genocidio differiva dal semplice compimento di atrocità su vasta scala. L’articolo II della Convenzione ONU sul genocidio del 1948 – su cui egli basò esplicitamente il discorso pronunciato in occasione del verdetto del tribunale, intitolato “Sul genocidio” – richiedeva l’intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso “in quanto tale”. Il problema evidente, come riconobbe lo stesso Sartre, era che il governo americano non aveva mai dichiarato una simile intenzione. Hitler, osservò, aveva “proclamato la sua deliberata intenzione di sterminare gli ebrei”. I nazisti non avevano nascosto che gli ebrei venivano uccisi proprio perché ebrei. Il governo americano, invece, era diverso – scrisse – e aveva “evitato di rilasciare dichiarazioni così esplicite”. Ciononostante, sostenne che l’assenza di una dichiarazione esplicita non inficiava il suo verdetto. “È possibile per noi” – si chiese – “analizzando i fatti in modo obiettivo, scorgere in essi un’implicita intenzione genocidaria? Al termine di tale indagine, possiamo affermare che le forze armate degli Stati Uniti stanno uccidendo i vietnamiti in Vietnam per il semplice fatto di essere vietnamiti?”.

I leader americani affermavano di rispondere all’aggressione nordvietnamita e che il loro obiettivo primario fosse contenere l’insurrezione comunista nel Sud. Sartre liquidò questa spiegazione come un’«assurdità»: il governo americano, sosteneva, stava «tramando, travisando la realtà, mentendo e illudendo se stesso», coinvolgendosi «sempre più a fondo, istante dopo istante» in una rotta che lo conduceva «al punto di non ritorno». Una campagna di contro-insurrezione contro una «guerra popolare» non avrebbe potuto avere successo se non distruggendo la società che la sosteneva, dato che, nella prospettiva di Sartre, i guerriglieri e la popolazione costituivano funzionalmente la stessa cosa. L’assenza di un ordine americano di sterminare i vietnamiti non costituiva quindi una esimente, poiché — secondo Sartre — la violenza stessa della guerra confermava la logica imperialista e coloniale che, a suo avviso, guidava «l’impero americano». Una volta stabilito che la guerra era un progetto imperialista e coloniale, Sartre interpretò la distruzione della società vietnamita come la prova del vero scopo di tale progetto. E se il fine ultimo del potere americano in Vietnam era distruggere i vietnamiti come popolo, non vi era dubbio che la guerra stessa avesse natura genocida.

Una volta stabilito che la guerra era un progetto imperialista e coloniale, Sartre interpretò la distruzione della società vietnamita come la prova del vero scopo di tale progetto.
Non era la prima volta che gli Stati Uniti venivano accusati di genocidio dalla sinistra internazionale. Già nel 1951, il Civil Rights Congress — organizzazione legata al Partito Comunista — accusò il governo statunitense di perpetrare un genocidio contro gli afroamericani. La Convenzione ONU sul genocidio era appena operativa, essendo in vigore legalmente da meno di un anno; ciononostante, i gruppi di sinistra non tardarono a trasformarla in un’arma ideologica. Nel 1952, la Corea del Nord e la Cina accusarono gli Stati Uniti di compiere un genocidio ai danni di civili coreani e cinesi attraverso l’uso della guerra batteriologica. Tale accusa fu amplificata dall’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici, un’organizzazione guidata dal Consiglio Mondiale della Pace, a sua volta controllato dal Cremlino.

Non passò molto tempo prima che, durante la Guerra Fredda, la propaganda sovietica iniziasse a bollare Israele come uno Stato fascista e fautore di genocidio, nel tentativo di minare gli interessi americani e filo-occidentali in Medio Oriente. Nel 1975, il blocco sovietico, la Lega Araba e il Movimento dei Paesi Non Allineati fecero approvare all’Assemblea Generale dell’ONU la Risoluzione 3379, la quale dichiarava il sionismo “una forma di razzismo e di discriminazione razziale”. Durante l’invasione israeliana del Libano del 1982, il governo sovietico rilasciò una dichiarazione ufficiale in cui affermava che “Israele sta commettendo un atto criminale di genocidio in Libano” e che le forze israeliane “stanno di fatto sterminando i palestinesi in massa”.

Ancora oggi, la sinistra continua a utilizzare il termine “genocidio” come arma ideologica. Proprio il mese scorso, i Democratic Socialists of America hanno accusato il Segretario di Stato Marco Rubio di “guidare un genocidio” contro Cuba a causa dell’embargo statunitense. Inoltre, Briahna Joy Gray – ex responsabile stampa della campagna elettorale di Bernie Sanders nel 2020 – ha recentemente twittato che Brian Thompson, l’amministratore delegato di United Healthcare assassinato, era responsabile di un “genocidio aziendale”. Tuttavia, il bersaglio più frequente di tale accusa è ormai Israele. Ancora prima che Israele avviasse l’invasione di terra a Gaza, e prima che vi fossero prove concrete della sua campagna militare, molti gruppi di sinistra definivano già la risposta israeliana come un genocidio. L’8 ottobre, appena un giorno dopo il massacro e i rapimenti perpetrati da Hamas, migliaia di manifestanti si sono radunati a Times Square, a New York, per una manifestazione intitolata “All Out for Palestine” (Mobilitazione totale per la Palestina) a sostegno della “resistenza palestinese”. L’evento era stato organizzato dal People’s Forum, un’organizzazione che si definisce socialista e che intrattiene legami diretti con il Partito per il Socialismo e la Liberazione (di orientamento marxista-leninista). Successivamente, il gruppo ha diffuso una dichiarazione sulla protesta, affermando:

Riconosciamo di svolgere un ruolo unico nel contrastare il sostegno materiale al sionismo e nell’indebolire lo strumento dell’imperialismo globale statunitense. […] Mentre politici, funzionari governativi e organi di informazione intensificano gli sforzi per costruire il consenso attorno al genocidio contro Gaza, noi scendiamo in piazza per dimostrare al popolo palestinese che non è mai solo.
Nel giro di pochi giorni, altre organizzazioni hanno rilasciato dichiarazioni definendo la risposta militare israeliana in corso come un genocidio, inquadrandola all’interno di una teoria preesistente che vede Israele come un progetto coloniale responsabile di una disumanizzazione di natura genocida.

Il problema del verdetto del Tribunale Russell del 1967 – come lasciavano intendere le osservazioni di Staughton Lynd – è che esso non giunse alle proprie conclusioni sulla base delle prove esaminate, bensì a partire da un preesistente impegno ideologico a favore della causa comunista vietnamita. Ciò indusse i membri del tribunale a giustificare o ignorare i crimini dei Viet Cong, interpretando al contempo la violenza americana come prova di un intento genocida. Gli intellettuali della sinistra radicale riuniti a Stoccolma e Roskilde avevano trascorso anni a descrivere gli Stati Uniti come una potenza imperialista e la lotta nordvietnamita per il comunismo come una guerra di “liberazione nazionale”. Poiché il tribunale considerava già l’America una potenza imperialista decisa a dominare il Terzo Mondo, interpretò le distruzioni in Vietnam come la conferma di tale obiettivo imperialistico. La premessa politica fondamentale del tribunale – ovvero la sua visione dell’Occidente – precedette la sua conclusione “giuridica”.

A distanza di oltre mezzo secolo, eminenti accademici, organizzazioni per i diritti umani, attivisti, giornalisti e intellettuali pubblici — molti dei quali riservano ad Hamas la stessa benevolenza interpretativa che i loro predecessori riservarono ai Viet Cong — descrivono la condotta di Israele come genocida. Il 16 settembre 2025, una Commissione d’inchiesta dell’ONU ha concluso che Israele stava commettendo un genocidio a Gaza; altre importanti organizzazioni e studiosi di area progressista sono giunti alla medesima conclusione. Tuttavia, Karim Khan, all’epoca Procuratore capo della Corte Penale Internazionale, ha ammesso in un’intervista con Mehdi Hasan che le prove in possesso del suo ufficio non fornivano basi sufficienti per incriminare i leader israeliani per genocidio. Al contrario, numerose prove dimostrano che Israele ha ripetutamente diramato avvisi di evacuazione, predisposto vie di fuga, negoziato cessate il fuoco temporanei e il rilascio di ostaggi, oltre ad aver agevolato l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza, pur dovendo condurre una guerra in aree densamente popolate.

Russell, Sartre, James Baldwin, Tariq Ali, Simone de Beauvoir e altri intellettuali che parteciparono al tribunale del 1967 o lo sostennero pubblicamente partivano da una teoria dell’imperialismo americano e del “terzomondismo”. Oggi, l’accusa di genocidio a Gaza nasce dalla convinzione che l’obiettivo dichiarato di Israele – sconfiggere Hamas – sia un pretesto ideologico per distruggere la popolazione palestinese, in virtù della natura intrinsecamente “imperiale” e “coloniale” di Israele. Tuttavia, l’ampio consenso storico odierno stabilisce che la guerra del Vietnam non fu un genocidio. E lo stesso vale per la guerra di Corea, per la prima guerra del Libano o per il razzismo del sistema Jim Crow. Qualunque crimine di guerra sia stato commesso in Vietnam – e ce ne furono molti – l’interpretazione storica prevalente non sostiene che gli Stati Uniti avessero l’intenzione di distruggere il popolo vietnamita in quanto gruppo. La tesi del genocidio sostenuta dal tribunale non è mai diventata la definizione storica universalmente accettata di quel conflitto. All’epoca, Russell e il suo tribunale furono oggetto di forti critiche per la loro posizione; tuttavia, man mano che la guerra diventava storia passata, la tesi del “genocidio” avanzata dal tribunale è praticamente scomparsa dal dibattito pubblico e accademico sul Vietnam. È probabile che la storia giudicherà l’odierna accusa di genocidio nello stesso modo in cui ha giudicato quella precedente.

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