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LA QUESTIONE EBRAICA 90 “NOWHERENESS”

LA QUESTIONE EBRAICA 90 “NOWHERENESS”

Abbiamo trattato, nelle scorse puntata del nostro commento al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, del Bund, ossia il forte partito ebraico socialista rivoluzionario che ebbe tanta parte nella vita politica e culturale di Russia, Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia tra la fine del XVIII secolo e gli anni tra le due guerre mondiali, quando fu sciolto con la forza da Stalin, per sopravvivere in forme isolate e marginali. E abbiamo ricordato, in particolare, come i bundisti si siano fortemente opposti al sionismo, che condannavano in quanto inconciliabile con l’internazionalismo proletario. Gli ebrei, come tutti gli altri, avrebbero dovuto solo contribuire al successo della rivoluzione, ma poi il loro compito si sarebbe esaurito. La grande patria socialista sovietica non avrebbe più conosciuto né religioni né nazionalità, pensare a uno “stato ebraico” sovrano e indipendente, quantunque socialista, sarebbe stato un tradimento dell’idea.

“Di recente – osserva Calò -, ci si è domandati perché i moderni antisionisti, compresi i boicottatori d’Israele, amino il Bund”. E cita, in particolare, le riflessioni, di grande interesse, di Rokhl Kafrissen. La scrittrice nota che il cd. “hereness” (dall’inglese “here”, “qui”, ossia l’idea che l’emancipazione debba essere realizzata “qui”, dove gli ebrei si trovano a vivere) si contrappone allo “thereness” (da “there”, “là”, ossia la tensione verso un luogo esterno e lontano, quale Israele). “Vi sarebbe anche un ‘no’ alla pace in una terra rubata, ma dove? In New York? La quale sarebbe Lenapehoking, patria degli indigeni Lenape, insediatisi a Manhattan. Trovo ironico che il ‘qui’ bundista sia usato per condannare il sionismo come una sorta di colonialismo, per poi proclamare che è antifascista l’esistenza ebraica in un diverso insediamento coloniale”.

In realtà, con la scusa del colonialismo, e con la negazione dello “thereness”, i bundisti non hanno fatto altro ad accodarsi all’innumerevole schiera di coloro che hanno negato e negano al popolo ebraico, e solo ad esso, il diritto di vivere in pace in una propria terra, perché quella a cui aspirano sarebbe “there”, e non “here”. Tutti gli altri popoli della terra (statunitensi, australiani, messicani, brasiliani, argentini, canadesi ecc. ecc.), invece, ovviamente, vivono “here” da sempre, sono i diretti discendenti di coloro che vivevano “here” da millenni. E anche per i Paesi del Vecchio Mondo, quanti di coloro che camminano per le strade di Mosca, di Londra, di Parigi, di Roma, possono dirsi portatori di uno “hereness”?

I bundisti, ricorda Calò, ritenevano “che il destino del popolo ebraico fosse legato a quello di tutti gli altri popoli, mentre nessun altro popolo ritiene di essere assoggettato ad un tale vincolo; ne consegue una condizione di minorità permanente, che il sionismo, quale che sia la sua ispirazione,… è riuscito a superare”.

Come abbiano ricordato nelle scorse puntate, i bundisti si batterono eroicamente contro il nazifascismo, e non c’è dubbio che il loro impegno vada ricordato con rispetto. Ma credo che, se il comunismo, come utopia, è stato un totale fallimento, l’utopia del Bund abbia rappresentato un fallimento doppio. Perché, se la cd. dittatura del proletariato, in generale, non poteva non trasformarsi nella violenta e spietata dittatura di una minoranza di ciechi burocrati, in un totale ottenebramento di ogni forma di libero pensiero, era inevitabile che, tra le immense masse di uomini schiacciati da questo meccanismo infernale, agli ebrei sarebbe toccato un trattamento del tutto speciale, di schiavi tra gli schiavi, “schiavi al cubo”. Perché la peculiarità del destino ebraico non avrebbe mai potuto cambiare, e il passaggio dagli zar ai Soviet non avrebbe mai potuto rappresentare una soluzione. Lo “thereness”, contestato ieri dai bundisti, criminalizzato oggi dagli antisemiti, era invece urlato con livore a Vilnius, Odessa, Varsavia, Kiev, tanto prima quanto dopo il 1917: “ebrei, andate in Palestina!”, con l’identico odio con cui si sarebbe, poco dopo, gridato: “ebrei, fuori dalla Palestina!”.

Questo i bundisti non lo capirono, perché anch’essi irretiti dalla seducente Fata Morgana comunista. Non capirono che l’“hereness” non avrebbe mai potuto rappresentare una soluzione agli occhi dei fautori della “nowhereness”.

Francesco Lucrezi, storico