Da: K, Gli Ebrei, l’Europa, il XXI Secolo 11 giugno 2026
In occasione di una serie di conferenze organizzate questa primavera all’École des hautes études en sciences sociales (EHESS), mi è stato chiesto di proporre una lettura de L’Étrange défaite, insieme a Judith Lyon-Caen e Gisèle Sapiro.
”Senza dubbio mi sarei sentito più a mio agio a spiegare perché l’analisi sociale e storica della costituzione e della diffusione delle credenze che anima I re taumaturghi ispira allo storico modernista un’adesione più piena rispetto alla teologia politica di Ernst Kantorowicz, da Federico II ai Due corpi del re. Ma invitandomi a parlare de La strana disfatta, la presidenza della Scuola (l’EHESS, ossia l’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, NdT), mi spinge a fare un passo di lato.
Il libro tratta della sconfitta militare del giugno 1940, della Francia di allora e di Marc Bloch.
Sul primo punto, si sono contrapposti due stili di interpretazione. Charles de Gaulle inizia a scrivere le Memorie di Guerra nel 1946, l’anno della pubblicazione postuma del libro di Bloch. Per il generale la disfatta è anzitutto una questione di contingenza, se non addirittura di sfortuna. È proprio questo che gli permette di incarnare la vittoria in cammino, già dal 18 giugno. Senza dubbio inizia descrivendo la latenza che lega le disfunzioni governative alle cattive teorie strategiche. Ma, in sostanza, de Gaulle spiega che l’alto comando ha giocato la battaglia di Francia come un tutto o niente. Dopo il suo incontro con il generalissimo, annota: «Il generale Gamelin mi ha dato l’impressione di uno scienziato, che combina in laboratorio le reazioni della sua strategia. (…) È con rispetto, ma anche con un certo disagio, che ho lasciato questo grande capo, pronto ad assumersi all’improvviso un’immensa responsabilità, giocando il tutto per tutto su una situazione che ritenevo sfavorevole».
All’estremo opposto, gli estensori di Philippe Pétain gli fanno dire, l’11 ottobre: «La nostra sconfitta è derivata dalle nostre debolezze. Il rilassamento dei nostri costumi, l’oblio dei nostri doveri, l’amore per il lucro, il disprezzo dello sforzo, l’egoismo degli uni, la vigliaccheria degli altri, hanno scavato il fossato in cui siamo caduti». La sconfitta è quindi quella di una nazione da tempo ormai logorata. Charles Maurras sostiene che la caduta abbia avuto inizio nel 1789.
Il breve periodo di un alto comando colto in fallo contro il lungo periodo di decadenza della Nazione. La strana disfatta non contrappone queste due temporalità, anzi le intreccia, come Bloch ha sempre fatto nella sua opera di storico: «Erano pronti, in anticipo, a disperare del Paese stesso che dovevano difendere e del popolo che forniva loro i soldati. Qui usciamo dal campo militare. È più lontano e più in profondità che bisogna cercare le radici di un malinteso troppo grave per non doverlo annoverare tra le ragioni principali del disastro». I nostri ricordi risuonano ancora di quel periodo turbolento, dalla «guerra strana» all’incontro di Montoire. Come Bloch, sappiamo bene che nel 1939 un colonnello dell’Action française o un capitano al servizio delle diocesi non pensavano «che la Repubblica sia il miglior regime su questa terra», come cantava Maurice Chevalier nelle sue tournée tra le truppe. Lontano da ogni scherzo, La strana disfatta non si abbandona nemmeno a una compiacenza morbosa. Niente è più contrario alla serietà di Bloch della compiacenza, tra civetterie sentimentali e antisemitismo chic, che presenta La regola del gioco di Jean Renoir, quell’altro teatro di cedimento collettivo.
Qui, il ritratto di Bloch, cittadino e studioso, rispetta la complessità della vita, di cui lui diceva che era la carne della storia. Su ciò che più tardi si sarebbe chiamato «impegno», il suo sguardo si è trasformato negli anni Trenta e non può essere semplificato. «Appartengo a una generazione che ha la coscienza sporca», confessa. Deplora la passività degli intellettuali, lui che pure, spinto da Lucien Febvre, fu firmatario dell’appello Aux Travailleurs del 5 marzo 1934 che fondò il Comitato di vigilanza degli intellettuali antifascisti. Ma rifiutava ogni forma di inquadramento, in particolare l’affiliazione alle internazionali comuniste.
Nel 1939, quanto era lontana l’epoca incantata dell’Affaire Dreyfus, che vide le borghesie protestante, ebraica e massonica dare lezioni di onestà e repubblicanesimo alla sciabola e all’aspersorio1, ma all’unisono con Jean Jaurès. Bloch denuncia il capovolgimento avvenuto da allora, quando la solidarietà repubblicana andò in frantumi per paura delle conseguenze patrimoniali delle decisioni del Fronte popolare: «È difficile esagerare l’agitazione che, tra le file delle classi agiate, persino tra gli uomini apparentemente più liberi di spirito, provocò, nel 1936, l’avvento del Fronte Popolare. Chiunque avesse un soldo in tasca credette di sentire soffiare il vento del disastro. Oggi si accusa la borghesia ebraica di aver fomentato il movimento. Povera Sinagoga, con la sua eterna benda. Tremò, posso testimoniarlo, ancora più della Chiesa. Lo stesso valeva per il Tempio. “Non riconosco più i miei industriali protestanti”, mi diceva uno scrittore, nato in quel mondo. “Un tempo erano, tra tutti, i più attenti al benessere dei loro operai. Ora eccoli lì, i più accaniti contro di loro!”». Frasi che sarebbero state, ahimè, musica divina alle orecchie di Jules Guesde.
Questa analisi può essere accostata a quella di Emmanuel Mounier nell’articolo che scrisse il 22 settembre 1938, tre giorni dopo che la Francia e il Regno Unito avevano chiesto al governo di Praga di rinunciare ai Sudeti: «Non si capirà nulla del comportamento di questa frangia della borghesia francese se non la si sente mormorare a mezza voce: “Meglio Hitler che Blum”. Una borghesia alle corde; una politica senza fede; un popolo stanco di delusioni e di divertimenti, ecco i responsabili della resa della Francia», si leggeva su Esprit, numero di ottobre 1938.
Bloch deplora la passività degli intellettuali, lui che pure, spinto da Lucien Febvre, era stato firmatario dell’appello Aux Travailleurs del 5 marzo 1934 che fondò il Comitato di vigilanza degli intellettuali antifascisti. Ma rifiutava ogni inquadramento, in particolare l’affiliazione alle internazionali comuniste.
Ma ecco la complessità di Bloch: che la paura suscitata dallo slancio operaio del 1936 abbia fatto nascere nei possidenti una tentazione di stampo fascista o, per lo meno, un fascino per i regimi autoritari, nulla di tutto ciò scagiona la classe politica del Fronte popolare dai suoi errori e dai suoi fallimenti: «Certo, non ho alcuna voglia di intraprendere qui l’apologia dei governi del Fronte Popolare. Una palata di terra, devotamente gettata sulle loro tombe: da parte di coloro che, per un momento, hanno potuto riporre in loro la propria fede; questi morti non meritano nulla di più. Sono caduti senza gloria. Il tentativo naufragò, prima di tutto, per le follie dei suoi sostenitori o di chi fingeva di esserlo». Senza dubbio intende dire che il PCF, con la sua pianificazione utopistica, sostenne il Fronte Popolare come la corda sostiene l’impiccato. Lo storico commenta con amarezza che chi si rifiutava di votare i fondi militari era lo stesso che chiedeva l’invio di cannoni per aiutare la Spagna repubblicana.
Tutti ne pagano il prezzo. Una destra incapace di fraternizzare con le classi popolari, partiti riformisti e rivoluzionari inetti a governare. Di fronte all’unanimismo fascista, nessuna unione repubblicana.
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Contro l’abbassamento, lo spirito scientifico si impone come un rimedio, al pari del patriottismo. Dire le cose così non significa ricorrere in modo improprio a La strana disfatta. Giudica tu stesso: «Davvero, affinché si compia, secondo le parole di Renan, dopo un’altra sconfitta, la riforma intellettuale e morale di questo popolo, la prima cosa che dovrà reimparare sarà il vecchio assioma della logica classica: A è A, B è B; A non è B». Nel suo testamento Bloch completa la frase così: «Come un uomo molto più grande di me, vorrei che, come unico motto, sulla mia lapide fossero incise queste semplici parole: Dilexit veritatem». È il Renan del discorso di Tréguier (1884) che cita qui: «Voglio che sulla mia tomba si scriva: Veritatem dilexi. Sì, ho amato la verità». L’appello alla verità e la garanzia offerta dalla logica formale sono le due condizioni affinché la disciplina storica possa concepirsi come una scienza.
Il razionalismo, quindi, come baluardo per la società democratica, di fronte all’uragano fascista del suo tempo. In questo senso, la formula «A è A e A non è B», pubblicata nel 1946, precede di tre anni quella di George Orwell: «La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Se questo è garantito, tutto il resto seguirà». La democrazia non può fondarsi su un lancio di dadi, su un pensiero privo di qualsiasi rigore formale, né su un relativismo che non emancipa nulla né nessuno. Bloch non è tra quelli che pensano che la razionalità sia una camicia di forza.
Il riferimento a Renan indica chiaramente che egli non rinnega né la filologia più rigorosa, né tantomeno la scuola storica metodica. Con Febvre, ha schernito le ingenuità che derivano dall’ancoraggio della ricerca storica al quadro dello Stato nazionale e dall’ebbrezza della narrazione a tutti i costi. È vero che ieri come oggi alcuni scrivono di storia, ma con le maniere, dal comfort delle cattedre universitarie, senza osare, e a ragione, avventurarsi a diventare scrittori. Tuttavia, come dimostra La strana disfatta, la comprensione dei processi storici non può essere ottenuta voltando le spalle alle esigenze della scuola metodica. Bloch e Febvre sapevano bene che Charles Seignobos non era la caricatura che ne veniva fatta e che Henri Pirenne, così ammirato, rimaneva un positivista alla ricerca di comparativismo e sperimentazione. Il legame di stima che Bloch e Ferdinand Lot hanno mantenuto in tempo di pace e, a fortiori, durante l’Occupazione, illustra abbastanza bene quanto sia approssimativo descrivere un Bloch in semplice rottura con l’eredità positivista.
La democrazia non può fondarsi su un lancio di dadi, su un pensiero privo di qualsiasi rigore formale, né su un relativismo che non emancipa nulla né nessuno. Bloch non è tra coloro che pensano che la razionalità sia una camicia di forza.
Confrontare per misurare le differenze: ecco cosa avrebbe permesso di non affrontare le battaglie del 1940 con come unico bagaglio il ricordo delle operazioni, certamente vittoriose (ma a quale prezzo!) della Grande Guerra. Da qui quella formula che invidiamo a Marc Bloch: il lavoro dello storico consiste nell’esaminare «in che modo ieri è stato diverso da prima di ieri». Si impone una triangolazione tra ieri e prima di ieri con l’oggi, cioè con le scienze sociali del tempo che stiamo vivendo. A questo prezzo, la storia, cito, è «autenticamente una scienza dell’esperienza poiché, attraverso lo studio delle realtà, che uno sforzo di intelligenza e di confronto le permette di scomporre, riesce, sempre meglio, a scoprire i movimenti paralleli di causa ed effetto». Niente qui che autorizzi ad articolare cause ed effetti in modo casuale o a prendersi la libertà di disporre le concatenazioni di cause ed effetti senza formalizzazione, solo per intuizione, per volontà, a spanne, per gusto. In una parola: in una palude di enunciati metaforici che, nelle loro pieghe, nasconderebbero una parte di verità. Contro il bluff, lo spirito scientifico.
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Sull’identità ebraica, né appartenenza né rinnegamento, si può trarre una lezione. Riguarda, in realtà, l’antisemitismo. Bloch chiese e ottenne l’esenzione prevista dall’articolo 8 della legge del 3 ottobre 1940 sullo Statuto degli Ebrei: «Con decreto individuale adottato dal Consiglio di Stato e debitamente motivato, gli ebrei che, nei campi letterario, scientifico e artistico, hanno reso servizi eccezionali allo Stato francese, potranno essere esentati dai divieti previsti dalla presente legge». Nonostante la benevolenza del ministro Carcopino, questa situazione d’eccezione non gli impedì né di subire l’antisemitismo di Fliche all’Università di Montpellier, né di doversi ritirare dagli Annales, né di essere privato dell’insegnamento dopo il novembre 1942. Non subì la sorte dei deportati per motivi razziali e fu assassinato dalla Gestapo a causa della sua attività nella Resistenza. La sua esperienza dimostra che le deroghe individuali e le situazioni d’eccezione sono il rovescio della strutturazione razzista dello spazio politico, quando una società si dota di norme che dividono la comunità nazionale in categorie razziali.
Permettetemi di stabilire, qui, un collegamento con le mie domande da modernista. Per secoli, si è costretto dei sinceri cattolici di origine ebraica a confessare di essere in colpa a causa della natura del sangue che scorreva nelle loro vene. Molti di loro sono riusciti a sfuggire alla persecuzione. Ma questo non significa affatto che la discriminazione sia stata moderata o sistematicamente disattesa. I regimi di eccezione non svuotano di sostanza un sistema razzista. Il caso Bloch lo dimostra: non si capisce nulla del passato se si ignora il presente.
Dicevo poco fa che il libro trattava dei meccanismi del disastro, della Francia di allora e di Marc Bloch. L’edizione Folio de La strana disfatta include il suo testamento e alcuni articoli pubblicati sulla stampa della Resistenza. Vi si trova il progetto di una ricostruzione in grado di correggere le routine che avevano preparato così male il Paese alle avversità. Al centro, l’educazione e l’insegnamento. Dato che siamo sul punto di chiederci, con tutta calma, cosa vogliamo da una Scuola di scienze sociali, credo sia utile leggere come Bloch definiva gli ostacoli a una formazione pensata per un regime democratico e per una società democratica: «Sarà sempre difficile convincere gli insegnanti che i metodi che hanno praticato a lungo e con coscienza forse non erano i migliori; gli uomini maturi, che i loro figli trarranno beneficio dall’essere educati in modo diverso da come sono stati educati loro; gli ex allievi delle grandi scuole, che questi istituti, adornati di tutto il prestigio dei ricordi e del cameratismo, debbano essere soppressi. (…) Una parola racchiude uno dei difetti più perniciosi del nostro sistema attuale: quello del nozionismo. L’istruzione secondaria, quella delle università e delle grandi scuole ne sono completamente contaminate. In altre parole: l’ossessione per l’esame e la classifica».
Abbiamo almeno iniziato a seguire i saggi consigli di Marc Bloch? C’è da dubitarne. Possa la sua entrata al Pantheon far risuonare la sua attualità, piuttosto che imbalsamarla.