LA QUESTIONE EBRAICA 87 GRAVITARE NELL’ARIA
Abbiamo cominciato a trattare, nella scorsa puntata del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, del fondamentale fenomeno del sionismo socialista, e segnatamente della importante figura di Dov Ber Borochov.
Il suo pensiero appare oggi, nota Calò, ancora di grande attualità, soprattutto per come considera la questione ebraica non solo dal punto di vista meramente nazionale e identitario, ma anche sul piano economico.
Gli ebrei, Per Borochov, “oltre a dover subire le conseguenze di uno Stato che trattava loro come stranieri – all’epoca, l’impero russo aveva confinato territorialmente la sua popolazione ebraica nel cd. ‘recinto d’insediamento’ – erano anche connotati da una struttura economica anomala. Essendo stati accolti originariamente in società dove svolgevano una funzione economica ristretta, gli ebrei erano stati segregati in ruoli di intermediazione economica e nell’artigianato. Con lo sviluppo del capitalismo e con la crescita di una classe media e di una borghesia locali, essi diventano gradualmente superflui e quindi l’intorno tendeva ad espellerli”.
Borochov, perciò, denunciava il fatto che gli ebrei mancassero di una loro “base materiale”, e soprattutto di una presenza nel settore agricolo, che il pensatore considerava fondamentale: “non si è artefici del proprio destino se si ‘gravita nell’aria’”. Solo il sionismo, perciò, avrebbe potuto offrire una soluzione alla questione ebraica, dal momento che avrebbe permesso anche agli ebrei di creare quelle condizioni materiali che avrebbero concesso loro di affrancarsi. Dato che la società dei gentili manteneva gli ebrei ai margini del sistema produttivo, era necessaria l’emigrazione in una nuova terra, dove il popolo ebraico avrebbe potuto costruire una propria economia. In ragione della millenaria storia e radice ebraica, ciò non avrebbe potuto mai avvenire in un posto che non fosse ‘Eretz Israel, essendo qualsiasi altra soluzione improponibile.
Condizionato dalla sua impostazione marxista, il pensatore credeva che nello stato ebraico avrebbe dovuto formarsi una società capitalista, nel cui seno si sarebbe poi sviluppata una lotta classe. Non credeva, pertanto, che il modello potesse essere quello dei kibbutzìm, che, invece, come abbiamo già scritto, sarebbero rimasti l’unico esempio storico di un comunismo storicamente realizzato, ma senza alcuna coercizione e nessuna violenza.
La mancanza di un territorio per gli ebrei, secondo Borochov, sarebbe “il frutto avvelenato cresciuto sull’albero della diaspora; una nazione senza terra, senza autonomia economica, che successivamente si è imbattuta in rapporti sociali a lei estranei, che hanno già una forma ben determinata, esprime un popolo condannato a formare un gruppo particolare e isolato cui la popolazione locale non permette di esercitare la propria funzione economica”.
“Noi non possiamo aspettare”, scrisse Borochov nel 1905, verso la fine della sua vita: Israele non è più una “base strategica”, ma una “patria”: “ora possiamo e dobbiamo impiegare una terminologia ‘emozionale’. Ora possiamo e dobbiamo proclamare ‘Eretz Israel: patria ebraica”.
“Appare particolarmente significativo che la lettura di Borochov abbia spinto diverse generazioni di ebrei latinoamericani di sinistra a rinnovare la loro identità ebraica, e la loro lealtà verso lo Stato d’Israele in un contesto in cui i movimenti rivoluzionari risultavano assai attraenti”. Per contro, in Italia, il sionismo borochoviano è sostanzialmente sconosciuto, ed è per questo che la sinistra ebraica è spesso accomunata a quella non ebraica dai pesanti pregiudizi antisraeliani, come giustamente lamentato, nel 1978, da Stefano Jesurum: “nella nostra storia non esiste un Dov Ber Borochov”. E Calò commenta, tristemente: “e si vede”.
Altro che. Anzi, aggiungo io, la sinistra ebraica appare non solo “allineata”, ma, spesso, decisamente “all’avanguardia”.
Francesco Lucrezi, storico