Per indicare il tipo di pace che l’umo deve cercare di istaurare, la tradizione ebraica la definisce come shalom shel emet, pace di verità. In italiano l’espressione può essere tradotta con “una pace vera”, ma che Israele ha sempre desiderato di stabilire con i propri vicini, fin dalla sua fondazione. L’espressione letteralmente significa “una pace di verità”. Penso valga la pena analizzare questi due concetti, per fare poi alcune osservazioni rilevanti.
Pace e verità, carità e giustizia sono attributi divini cui l’uomo deve ispirarsi. La carità afferma che è bene che l’uomo venga creato, perché può operare opere di carità, la verità invece controbatte che l’uomo è pieno di menzogne e quindi sarebbe bene che non venisse creato. La giustizia dice “venga creato perché fa opere giuste”; mentre la pace dice: “Non venga creato, perché l’uomo è tutto liti”.
I Maestri scrivono: che cosa fece il Santo, benedetto Egli sia? Prese la verità e la gettò in terra: infatti è scritto (Daniele 8, 13): “Tu gettasti la verità per terra”. Gli angeli del servizio divino dissero di fronte al Signore: Padrone del mondo, perché disprezzi il tuo ornamento (cioè la verità che è “il sigillo di Signore”)? Salga la verità della terra! Ciò è quanto è scritto (Salmo 85:12): “la verità germoglierà dalla terra “.
Perché la verità, che in fondo fa un’affermazione incontestabile, viene penalizzata, mentre la pace, che pure si era opposta alla creazione dell’uomo, non viene toccata?
I Maestri si chiedono se l’uomo nella sua vita individuale e collettiva sia stato capace di realizzare quelle caratteristiche fondamentali che lo rendono “simile a Dio”: a questa domanda rispondono che, mentre l’uomo cerca di realizzare nel limite del possibile le qualità di giustizia e carità, pur rimanendo lontano dalla perfezione, non si può dire altrettanto per quanto concerne pace e verità: la mancanza di pace ha lasciato il segno su tutta la storia dell’uomo, per il sangue che è stato versato e continua ad essere versato: anche se sarebbe logico che la pace venisse messa in pratica prima della carità, la realtà insegna che la pace è in costante ritardo: mentre non vi è un’organizzazione che riesca ad evitare le guerre, non mancano società filantropiche che realizzano compiutamente i loro scopi.
Le cose non vanno meglio per la verità: il mondo non è il luogo ideale in cui attuare la verità; anzi, il mondo si regge proprio perché la verità viene celata del tutto o in parte, specie se l’uomo ha una posizione di potere fisico o morale. Ma sono proprio le persone che occupano posizioni di potere che devono cercare svelare la verità: spesso anche l’individuo nasconde agli altri e a sé stesso la verità, che se venisse svelata, sarebbe assai pericolosa per la stessa sopravvivenza dell’uomo. La verità è destinata, insomma a vivere al livello dell’uomo di essere cioè “gettata per terra”.
Il metro per misurare la verità diventa allora assai diverso: nell’ambito della vita dell’uomo non è richiesta una verità “celeste”, ma una verità “terrena”, cioè una verità che l’uomo sia in grado di realizzare e con la quale sia in grado di convivere. La verità viene quindi “adattata” alle capacità dell’uomo, deve “germogliare” e farsi strada attraverso l’uomo. Diversa è la sorte che tocca alla pace: la pace è alla portata dell’uomo e, secondo le promesse dei Profeti d’Israele, l’umanità è destinata, presto o tardi, a realizzarla. Pace e verità sono tra loro fondamentalmente diverse: mentre la pace si può moltiplicare (“i saggi moltiplicano la pace nel mondo”), la verità è una sola e può assumere solo forme diverse a seconda delle situazioni storiche: verità ed elasticità sono modalità tra loro contrastanti.
La pace, anche quella terrestre, può essere realizzata se non si omettono i dati reali: se si omette che qualcuno ha aggredito e l’altro ha reagito, se si omette che qualcuno (Iran) ha lo scopo di cancellare un popolo intero, cioè gli ebrei e Israele – si fa un pessimo servizio sia alla verità che anche a chi la omette: in sostanza si dà un premio a chi mente spudoratamente.
Si può rinunciare alla verità se questa aiuta a raggiungere la pace? Un leader può rinunciare alla piena applicazione dell’una a favore dell’altra, ma non può omettere verità acclarate.
Quale concetto ha la priorità? È più importante perseguire la pace o la verità? Secondo i Maestri si può nascondere la verità, purché si abbia la certezza che serva davvero a fare avanzare la pace e soprattutto non ci sia stata nessuna evidenza che la verità è un’altra. Per permettere alle parti di incontrarsi è necessario riconoscere la verità di ognuna delle parti, una verità che ha una lunga storia: il rapporto tra ebrei e musulmani nasce con Maometto e con la sua decisione di massacrare tre tribù di ebrei a Medina, la prima di altre che seguirono. Anche se i Massacri fatti dai musulmani non raggiunsero i livelli di quelli fatti dai cristiani, rimane il fatto che non hanno mai chiesto perdono per i massacri, le uccisioni ecc.
Comunque, quando i dati sono chiari e l’aggressione è palese, non si può tacere: chi ha responsabilità politiche o morali deve predicare la pace nella verità: i capi delle Chiese anglicana e luterana non hanno nascosto come si sono svolti i fatti il sette ottobre, chi ha aggredito e chi ha reagito. Anche i tribunali internazionali hanno il dovere di appurare la verità e non essere sottoposti a pressioni, magari basate su accordi extra giudiziari.
Nella Bibbia le due figure che hanno impersonato “shalom” ed “emeth” sono state Aronne e Mosè: il primo è pronto a ogni compromesso per raggiungere la pace (di lui i Maestri dicono che amava la pace e inseguiva la pace); mentre il secondo, pur avendo preso in varie occasioni le difese del popolo ebraico, non dimentica di applicare il rigore della legge nei confronti di coloro che si sono allontanati dai comandamenti divini. L’episodio del vitello d’oro e il diverso atteggiamento assunto dai due fratelli ne illumina bene la personalità. Così, quando si chiedono quale sia la strada che l’uomo, ogni uomo, deve seguire, i Maestri non hanno dubbi nel proporre la figura di Aronne, e notano che, alla morte di Aronne “tutta la Casa d’Israele lo pianse per trenta giorni”, mentre per Mosè è scritto che “i figli d’Israele (quindi non tutti) lo piansero”: gli uomini che perseguono la verità non sono certo i più amati.
Certo la questione dovrebbe essere ulteriormente approfondita, ma sembra che la realizzazione di shalom shel emeth, in quanto due idee tra loro contrastanti sul piano della teoria e dell’azione, sia un’utopia: per raggiungere la pace, la verità deve essere in qualche modo sacrificata, ma la “verità germoglierà dalla terra” e poiché, come si è detto, la pace è per sua natura “terrestre”, è dovere dell’uomo fare tutto ciò che è in suo potere per far sì che la pace generi la verità.
Qual è il senso e la prospettiva da dare all’esistenza del popolo ebraico oggi, dopo la shoà (l’olocausto) e la tekumà (il risorgimento ebraico)?
In questo ultimo secolo, il popolo d’Israele ha speso le sue energie migliori per creare prima e consolidare poi lo Stato d’Israele. Specialmente dopo la “Guerra dei sei giorni”, la vita ebraica si è “polarizzata”, l’interesse si è orientato quasi esclusivamente verso la soluzione dei problemi di sopravvivenza dello Stato d’Israele. Lo Stato d’Israele ha costituito per l’ebreo una sorta di garanzia, una specie di “assicurazione” sull’identità ebraica: basta aprire i quotidiani per “ricordarsi” che si è ebrei, perché purtroppo non mancano gli episodi di antisemitismo.
Abbiamo, quindi, se non dimenticato, almeno accantonato in questi anni i compiti primari affidati al popolo ebraico secondo la tradizione: il pericolo cui andiamo incontro – in quanto ebrei – è che, una volta risolto felicemente nel giro di qualche anno (si spera) il problema della pace in Israele, l’ebreo soddisfatto e gratificato per i risultati raggiunti, diventi, per così dire, “disoccupato”. Con sfaccettature diverse, il problema si pone per l’ebreo diasporico e per quello israeliano: la cultura ebraica, nei vari aspetti che traggono la loro origine dalla Torà, è il terreno che storicamente ha garantito l’identità, il futuro e il ruolo del popolo ebraico.
Ciò che fa be sperare che proprio di fronte all’esplosione nel Mondo dell’antisemitismo, moltissime persone esprimono la propria vicinanza al popolo ebraico e addirittura il desiderio di entrare a far parte delle comunità ebraiche. È noto che, a differenza della Chiesa e dell’Islam, l’ebraismo non ha sviluppato una politica di proselitismo forzato.
In questa nuova ottica, anche il ruolo dello Stato d’Israele, come motore della cultura ebraica e della Diaspora, e come suo partner, subiranno certamente dei profondi cambiamenti: non è la prima volta che gli ebrei si trovano di fronte a una situazione in cui sono richiesti cambiamenti radicali: è successo dopo la distruzione del Tempio fi Gerusalemme, dopo la Cacciata dalla Spagna e più recentemente dopo le persecuzioni degli ultimi due secoli culminate con la Shoà.
Questa resilienza ha suscitato l‘interesse di grandi autori come Mark Twain e J.J. Rousseau e c’è da credere che gli ebrei sapranno reagire positivamente agli avvenimenti degli ultimi anni con determinazione e creatività.
Rav Scialom Bahbout