LA QUESTIONE EBRAICA 86 LA PAROLA TRADITA
Abbiamo ampiamente trattato, nelle scorse puntate del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, di Theodor Herzl, a cui l’autore riserva, doverosamente, ampio spazio. Nel prosieguo del volume, Calò si sofferma sul ruolo giocato, nella storia del sionismo, da altre figure di grande importanza, anche se meno note di quella del celebre giornalista di Budapest.
Un soggetto di fondamentale rilievo ricordato dallo studioso è Dov Ber Bochorov, esponente di spicco del cd. “sionismo socialista”. Sono a lui dedicate pagine di grande intensità, che confermano le doti dell’autore non solo come storico, ma anche come narratore. Credo che, considerate le sue qualità di scrittore, da uno qualsiasi dei tanti protagonisti rievocati nel suo volume (“buoni, “cattivi” e “intermedi”: da Marx alla Némirowsky, da Zolli a Mussolini, da Pacelli a Sereni, da Eichmann ad Arendt), Calò sarebbe agevolmente in grado di ricavare un affascinante romanzo storico: anzi, lo invitiamo, dalle colonne di OES, a farlo.
A piccola riprova di ciò, riportiamo le parole con cui l’autore ci introduce alla conoscenza del grande personaggio:
Il 3 aprile 1963, Shoshana e David Borochov, coi loro figli, assistono, con la madre Lyuba, al cimitero Kinneret di Israele, ai funerali del padre, Dov Ber Borochov, nato a Zolotonosa (nell’attuale Ucraina) nel 1881 e morto a Kiev nel 1917. I suoi resti erano stati rimpatriati per iniziativa del Presidente Yitzhak Ben-Zvi, che era stato un suo amico. Quel giorno, oltre alla famiglia, erano presenti Zalman Shazar, Presidente del Comitato per il rimpatrio della salma di Borochov (trasportata da Kiev ad Israele, via Roma), che diventerà Presidente di lì a pochi giorni, David Ben-Gurion e Golda Meir. Quel giorno, David Borochov recita il ‘kaddish’ per il padre.
Se Theodor Herzl era stato alla base del sionismo politico, Borochov riesce a congiungere gli ideali della convivenza con quelli del riscatto, e la foto di quella cerimonia sembra riflettere, in quei volti segnati dal lutto, la consapevolezza della perdita.
Calò riporta poi un episodio, relativo a un incontro tra Borochov e Lenin, avvenuto nel corso di una conferenza di quest’ultimo, alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra, e quindi anche della Rivoluzione d’Ottobre. Borochov illustrò al leader rivoluzionario i postulati del socialismo sionista, ma Lenin lo schernì, dicendogli che pretendeva di sedersi contemporaneamente su due sedie, mentre in realtà non si trovava su nessuna delle due, ma nello spazio vuoto tra di esse. Ma, secondo Borochov, “se il comunismo era il fantasma che si aggirava per l’Europa, il nazionalismo era il fantasma che si aggirava attorno al socialismo”. E la storia, nota Calò, gli avrebbe dato ampiamente ragione.
Il sionismo socialista, spiega lo studioso, avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella costruzione della nuova società ebraica in Palestina, essendo stato “alla base della costruzione della nazione, delle sue istituzioni, dell’immigrazione, e diffondendo idee d’eguaglianza e di solidarietà sociale”.
Nella parola “socialismo” si racchiudono, com’è noto, i più puri ideali di una società basata davvero sulla collaborazione, la solidarietà, il rispetto, la libertà, il mutuo impegno e soccorso tra gli uomini. È una parola che non esprime un’utopia, ma un progetto realizzabile, possibile, concreto. E chiunque guardi a essa con simpatia e speranza non può non provare gratitudine per il piccolo Israele, che del socialismo è stato la culla, e che resta forse l’unico Paese al mondo che ha visto realizzarsi (nei kibbutzìm e nei moshavìm) l’ideale di una società perfettamente egualitaria e assolutamente liberale, priva della benché minima costrizione. Proprietà privata al minimo, e servizi sociali al massimo, massima libertà individuale, e nessuna violenza.
Ma la parola “socialismo”, com’è altrettanto noto, è anche quella più “tradita” della storia.
La ricostruzione del pensiero di Borochov, perciò, è molto utile per comprendere una parte importante della lunga storia di questa parola, e dei suoi tanti tradimenti.
Continueremo il discorso la prossima puntata.
Francesco Lucrezi, storico