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Il manuale del perfetto idiota latinoamericano

Nel 1996 fu pubblicato El manual del perfecto idiota latinoamericano, un libro collettaneo con la prefazione di Mario Vargas Llosa, con scritti di Plinio Apuleyo Mendoza, Carlos Alberto Montaner e Alvaro Vargas Llosa, edito da Plaza & Janes Editores S.A., Barcellona. Fra i libri che  critica, vi è il famoso Las venas abiertas de América Latina (1970), dell’uruguagio Eduardo Galeano, che il dittatore venezuelano Hugo Chavez regalò nel 2009, in un summit al Presidente americano Barak Obama. Nel 2014, Galeano (che morì l’anno dopo) ammise pubblicamente che il libro non era granché, perché quando lo aveva scritto non sapeva niente di economia. Nel 1976, in Venezuela, Carlos Rangel pubblica “Del buen salvaje al buen revolucionario” , dove stigmatizzava il vittimismo latinoamericano, ottenendo come premio che il suo libro fosse bruciato nell’Università  Centrale del Venezuela.  La vicenda interessa in quanto Galeano non aveva fatto che intercettare quella diffusissima religione pagana latinoamericana, che attribuisce la causa di tutti i mali agli Stati Uniti d’America. Questa religione pagana si affaccia talvolta anche in Italia, e viene sostenuta sia da fascisti che da comunisti; ne discorriamo perché dimostra quale sia la forza delle c.d.  leggende metropolitane, alla base dell’odio tanto irrazionale quanto implacabile, verso gli ebrei e verso Israele. Troviamo queste leggende anche nei libri scolastici? Dovremmo approfondire, ma quel che è certo è che i roghi dei libri non erano un appannaggio del nazismo, e che bene avrebbe fatto il coro di ben/mal pensanti (?) ad avere l’onestà di riconoscerlo.

Carlos Rangel spiegava (El Tercerismo, Caracas, Monte Avila, 1982) che “Le differenze tra fascisti e comunisti risiedono nell’idea che l’uno dell’altro hanno della natura umana e della società. Da lì provengono le varianti del concetto che tutti hanno riguardo al modo di portare avanti la rivoluzione anticapitalista e sulla fisionomia della nuova società. I fascisti non credono al destino speciale del proletariato (anche se sono “operaisti” e populisti, il che è dimenticato dall’abuso attuale dell’aggettivo “fascista”) e sostengono che il nazionalismo e il razzismo (o almeno la xenofobia) sono i motori della storia, molto più potente della lotta di classe. Ammettono con gioia l’aggressività e egoismo naturale in gruppi umani differenziati per cultura o per tratti fisici, lingua o colore della pelle e dei capelli. Tutto ciò fa sì che usino un linguaggio diverso da quello dei comunisti, ma a fare riferimento a cose simili. Quando i comunisti parlano di togliere al lavoro il carattere di merce, i fascisti dicono che ne romperanno la schiavitù dell’usura. I comunisti ritengono la borghesia responsabile di tutti i mali sociali. I nazisti, certamente consapevoli del potere del nazionalismo, incanalarono lo stesso risentimento sociale contro un gruppo “non nazionale” o “antinazionale”, gli ebrei“. Potremmo aggiungere che fascismo e nazismo hanno una concezione gerarchica della società, dove le donne sono subordinate agli uomini, il capofamiglia al resto del nucleo familiare, e così via. Il comunismo, in tesi, si riduce a borghesi e proletari, salvo l’esistenza di una rigida armatura partitica la cui gerarchia non consente eccezioni. Comunismo e fascismo sono, poi, accomunati, dal culto del capo carismatico. Inoltre, il comunismo tende a riprodurre un sistema feudale, con un principe a capo del tutto; la sola differenza riguarda la terminologia, dove troviamo una terminologia che sostituisce vassalli, valvassori e valvassini: segretario generale, Ufficio Politico e  Comitato Permanente dell’Ufficio Politico. In Italia troviamo: Segretario Nazionale, Vicesegretari, Assemblea Nazionale, Congresso, Assemblea dei Sindaci – Amministratori locali, Direzione Nazionale, la quale è organo di esecuzione degli indirizzi dell’Assemblea nazionale ed è organo d’indirizzo politico.